Poesia o Anima mia

Caro Futuro:

per te sono uno sconosciuto, e tu per me sei un tempo che intravedo a distanza, eppure, non posso fare a meno di fartelo capire. Sono anni che tento di sedurti. Non mi sono stancato e non mi hai stancato. Sarà perché ho iniziato ad intendere che c’eri anche tu nella mia vita quando eravamo belli tutti e due. Adesso, è vero, anche tu, come me, hai le borse sotto gli occhi, tossisci la mattina, e di notte dormi con fatica, ma appena mi sveglio non posso non pensarti e, miracolo dell’amore (giustizia, non cecità) desiderarti come ti desideravo, quando, pur non avendo nessuno dei due ne tosse e ne borse, ti addormentavi sempre prima di me. Io, stavo lì. Non assente ma incosciente. Pensavo all’Infinito e a te, allora Presente.

Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio mi conoscerai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
quella che adagio ascolta la mia.
Adagio ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.

Conosco il giorno e la notte
Il mare ed i monti
La giovinezza, e gli amanti
il dolce e l’amaro
la bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi e dei miei ieri
Conosco la vita quando nasce
e quando ultima finisce.

Cosa ci vuole, Vita, per darci una mano!
Basta aggiungere dei t’amo.
Togliere vermi ai pomi.
Moltiplicare i domani.
Accogliere desideri.
Lasciar risposte sotto cuscini.

Ei fu!
Siccome immobile
sta la legge
Come chi regge
Bordone
A una contro tenzone
Che lo vide
Mi si consenta
Come una merda
Su la polenta.

Contestano le foglie
verdi rimaste
l’età che rifiuta
già dette stagioni.

Ho messo da parte
l’ultimo amante.
Hai dovuto mi dice
la ragione clemente.

I cieli muti
Gli “irti colli” superi
L’acqua mossa calmi
La melma crespi
Dall’alto vedi
Con Alto imperi
Sussurri appena
i miei pensieri.

Il giorno mi dice
non hai nulla è vero
ma il tuo debito è zero.
Girerò la notte
conti cercando.

Anima
d’almeno

sogna!

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti
Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini
Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni
Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti
Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti
Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie
Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti
Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Sentimenti
Lontani orli

Monti come turisti non coinvolti
dicono i riflessi composti
dalla corrente del fiume.
L’acqua non se ne cura: scorre.
Come non avesse niente di meglio da fare.

Nel buio
Sto
Paura?
No
Conosco la luce

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.

Lasciami così, ancora.

Lasciami lunare, astro solare, cometa passare, stella brillare, senza tracce, senza facce. Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare, ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.

Lasciami così, ancora.

Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee, come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale, come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali, ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.

Lasciami così, ancora.

Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare. Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare, palpitare, e, forse, invocare, ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.

Lasciami così, ancora.

REgali pensieri
MI accordano
FAscini
SOLari
LA dove
SI tace il
DOminio

Primo fra tanto dal nulla, poi goccia, palpito, fame, carne, primo cervello, primo piacere, primo doppio, primo oltre, primo passo, primo vacillo, primo fuoco, primo uso, primo abuso, dissanguante nei deliri, debole nei fini, nelle croci rinascita o forse commedia, distruttore nei progressi, costruttore nei regressi autore di genti, architetto di nazioni. Nelle ere tacendo, di me incurante.

(Chissà dove ero andato con la testa quando ho scritto questa! :) )

Spiazzati tempi
che sono stati tronchi
Alla base
fosse non scavo

Un desiderio
mi è giunto
da molto lontano.
M’ha detto
piano
vedremo
forse
speriamo.

Era buio
l’uomo

alla luce
amato.

Finita la stagione estiva al Cavallino di Venezia (correva il 64) trascorrevo l’inverno a Maia Alta di Merano. Come cameriere, lavoravo in casa del rappresentante italiano della NSU. Più che una casa era un castellotto d’epoca. Ex proprietaria (o una ex proprietaria) fu la sorella della Petacci, se ricordo bene. Il proprietario aveva una cagna di tipo pastore. Simpaticissima perché del genere lupo felix nonostante la brodosa polenta che dovevo preparagli. Ero già a letto verso le 23 di un qualsiasi giorno ma proprio non riuscivo a dormire. Avevo caldo. Mi giravo e rigiravo. Ad un certo punto fui preso da una forte ansia. Il fiato mi stava mancando. Per respirare meglio dovetti alzarmi. Dove andare oltre quel trextre che era la camera?! Chi chiamare se non c’era nessuno? La famiglia del guardiano che abitava sotto? E cosa dirgli che già c’era ripulsa di me non tanto come persona ma come italiano? Non so che fare e l’ansia non cessa. Da dove mi salta fuori non so ma sento che devo scrivere! Strano caso e da me non messo, sul comodino c’è foglio e penna. Scrivo, così, la mia prima poesia. Terminata che l’ebbi il malessere finì e mi addormentai di piombo.

Mirka xè la cagna de casa mia
Ghe voio ben ma la xè imbambìa.
L’altro giorno,
sul far del mexogiorno
ghe portavo da magnare.
La me xe vegnù incontro
Co’ la so’ voia de sogare
ma a furia de girarme in torno
la mà fato andar par tera
mi, el magnare, el bevare
e anche el contorno.
Me so’ alsà!
Ghe volevo dare
ma cossa vòto
la jera lì che gnanca la se moveva!
Go’ da na gratada fra le rece.
Un legero scapelòto!

Non è questo granché di poesia, in effetti. Mirca era uno stupendo pastore tedesco. Sempre gioiosa. Sempre giocosa. Con lo stesso stampo di Mirca ho trovato solamente un altro cane, Ettore, guardiano in un magazzino di merci dove ho lavorato come magazziniere_facchino. Aveva tutti i denti limati a furia di mordere sassi ma nonostante il guaio era riuscito a sottomettere un pastore più grosso e più aggressivo! Anche Ettore era di una simpatia introvabile.

A proposito di Poesia o Anima mia

Calliope non mi dice più niente così non so più come definire questi scritti. Poesie? Prose in rima? Rivelazioni di verità? Ho pensato di dirle in Calliope. Vero o no, lascio alla Dea il diritto di confermarlo. Volgendomi verso quanto sono stato vedo la poetica come acne nell’anima della mia giovinezza. Ora mi parla la poetica che rivela la vita quando è croce. Orientamento, questo, per bisogni dì verità senza edulcoranti. Dove non la trovo, le voci altre non nego ma guardo e passo.

ps. Ho buttato le cianfrusaglie. A parte due o forse tre sono a rischio anche le rimaste.