Gayenna

Gayenna è isola e isolamento, fortino e carcere, dei confinati da giudizio. In Gayenna vengono reclusi o si recludono. Da Gayenna evadono o si rifiutano. Qualche volta si raccontano: siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Dove sono andate a finire le mille e mille e una notte?  Tutte, tutte, giacciono usate.

Fammi ascoltare il cuore! Digli che non taccia al cieco che ti percorre senza guida.

Il sentimento che ci lega è la via dolorosa dove tu cadi sotto la tua storia. Come sempre ti alzo, scostando la memoria.

E così, lo stregone ha detto che ti sono mamma e che se vuoi maturare ti devi liberare di me. Neanche un contadino deficiente oserebbe togliere il sostegno che regge un ramo al sole, ma, i dottori, che ne sanno dei campi e della terra!

Alba quando ti vedo. Luce quando sorridi. Buongiorno, vita!

Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso che non so più se faccio l’amore o la carità.

Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, dieci risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, pianino gli passo una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. In genere del suo; più volte del mio.

Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

Questa sera le ave girano come pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti ivi per caso.

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere in mezzo al cammino, ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

Sorride come mignotta il furbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza ma ha le pulci.

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance disperanza. (Disperanza è voluto)

Te ne stavi sdraiato, bello come altre verità che ho amato te ne stavi sdraiato. Attorno a te l’aria si muoveva piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.

Illuminato da una piccola piccola bugia nera è bello il giardino stasera .

Nessun divino nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

Tenero il giovane pakistano mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Gli rispondo che ha trovato il suo signore e spengo la luce: potrei arrossire.

Fra le frasche di quasi ottobre e incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente: a parte la notte.

Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Ed io pur sentendomi un po’ cretino passo la notte facendo l’indovino.

Non perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Sei uscito, ma, incuriosito. Qualcosa t’è rimasto di noi. Forse il senso, di certo l’incompiuto.

Ha appena lasciato la ragazza. Mi dice, sono venuto a fare un giro: è abitudine.

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

Un bandito m’ha strizzato l’occhio (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto! Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia ma stupito ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi ma di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate e sulle fosse marmi e fiori secchi.

Come un cieco t’ho percorso con le dita. Pensavo di vedere l’amante; ho visto la vita.

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano il silenzio.

Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

Le guance hai fiorito di rosa anche alla brina e hai sciolto l’inverno come grano di sale.

Farfalle le tue labbra. Sulle mie si sono posate giusto per riprendere il volo.

Che palle, il Natale! In quanto parte lesa non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. A volta sulla scalinata maree di stelle. Gli alberi ai lati dei gradini stavano chini.

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono non di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: non siamo ciò che amiamo.

l cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta uscendo.

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il discorso? Terra è il corso e noi anni di risposte ad affanni e nodi che non sciogli o forza che non cogli fra radici e verità.

Suona, campanello! Dimmi se arriva il più bello! Non sia idea del solo cervello!

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da farti credere tuo.

Oppongo resistenza alla luce che mi tira il braccio per voglia d’uscire perché aspetto una voce.

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto.

L’acqua é caduta. La terra non l’ha raccolta.

Mi fai sentire il bambino che davanti al primo pollo della sua vita non sa se può usare le mani.

Medaglie al valore le macchie di vernice sul tuo torace.

Amando l’amante ha cominciato ad amare: un altro.

Scomoda la vita che ti dice che la carne é gratis ma il sangue no.

E’ bello come un dio. Cancellalo notte: devo pur dormire.

M’ha dato quello che é. Il resto altrove.

Passa un piccolino pigiando pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena la catena.

L’amante russa un pelo ed io guardo il cielo. Domani si sveglierà convinto d’ aver dato chissà che. Gli spegnerò l’ idea preparandogli il caffè.

Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pane.

Gli amori non hanno spine solo quando i roseti sono verdi.

E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la sua madonna pellegrina. Mi piacerebbe illudermi ma già so che non sono la sua eroina.

Scopro nel mio diavoletto una risata da bambino. Chi l’ avrebbe detto!

A Mao Micin che m’ha lasciato: “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me fare in modo che non sia un senso che sterile si spoglia tra voglia e voglia.

Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele ignoro.

Non essere stanco della blanda pena perché a cena ti servirò quello che hai avanzato.

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere é spazzatura.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Giorno dopo giorno, aspettando un giorno.

E’ arrivato il tempo delle foglie mi disse il tronco contando gli anelli.

Lieve passo senza nostalgie. Sosterrà il mio riflesso anche l’acqua che viene.

Il gattino che mi é passato vicino a pelo alzato mi ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto é andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

Prendi un’idea d’amore e falla a tua immagine.

Si può essere condannati ad amare? Sino che ti liberano perché uccidono la tua voglia, sì!

Mi sei costato una caffettiera usata e una qualche posata. Le amiche staran dicendo che Vitaliano è ridotto proprio alla chincaglieria ma chi non osa un attimo di follia ha larga la foglia ma stretta la via.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te se solo avessero composto la vita in tre.

Chi sei tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Eri convinta che ti avesse rubato i soldi invece t’ha preso i giorni.

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

Stasera ti ho visto, così! Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la carne.

Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Zavorrato da fessi pensieri vado per altri sentieri.

Principe cialtrone non eri, una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto che ho sbagliato sogno.

La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta ma non la regge il cuore.

Il sole attendo e lui non viene. M’ha mandato un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

Il bianco ti avvolgeva come un’amante innamorato. Geloso ti ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo russare finalmente tace!

Come ho potuto volerti per più di un momento! Ma pensa a che trucchi ricorre la voglia! Come in fotografia ha sovrapposto la tua realtà sulla mia fantasia.

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato come una nutrice, poi, sono tornato ai miei ferri e ai miei ricordi.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa che ad un qualsiasi condannato prima si da un pensiero d’amore.

Non vi dev’essere stupore se roccia pare eppure frana! La natura può dolere per infinite vie e come crepa stare al cuore del più bianco fra i carrara.

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

Nella stanza priva di presenze scopro che la sera ed il silenzio si aggirano senza senso fra i mobili.

Pensieri stracciati, come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità)hai detto: beh! Che differenza c’è?

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere non potresti dirmi cosa cercavi?

L’Aids è il giusto castigo con il quale Dio separando i buoni dai cattivi renderà i primi tutti eguali.

Ti so’ affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi svogliato.

Sei arrivato tu a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare. Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento ma tu rifiuti i canti di sirena. Zittendo la voce che ti chiama stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio ti sentirai il bambino che marinava la scuola.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto inconscio. Con che fatica invece io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto e tu vai ad amare.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo, ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente, se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto al cuore.

E così non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo. Il cuore, però, ora si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite questioni.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Tacciono foglie d’autunno.

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne faccio il buon viso. Ora sono qui su di una nuvoletta. Alcolica direte ma giudicando di fretta. Certo è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma con la serietà che si deve a dei passi su la neve.

Tra l’essere ed il vivere c’è la presenza di una forza la cui origine rende tutto inferma marea.

Signore! Tu che hai svolto il bianco ed il nero e ne hai fatto virtù d’amore come faccio a dirgli che la vita, in verità, è un pasticcio bicolore?

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti – non è immagine un po’ vecchia? – Eppure, com’è che non muore?

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

Perchè sospetti d’avere sprecato un giorno se non sapevi cosa ti aspettavi da quello passato ne cosa ti riserverà quello che viene?

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

A sera mi posi la testa sul petto. Poche parole scambiate a sussurro come ultimi raggi confondono il cielo e la terra.

Se il futuro è scuro, rinascere è futuro.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo respiro finalmente tace.

Mi sorpassa in bici un giovane arabo. Ha il sedere pressoché scoperto. Si gira. Mi guarda. Ride. Tanto doveva bastarmi.

Nessuna libertà è più grande di quella che sola si nutre dei suoni del cuore.

Mi cullo d’infinito e di vivido pathos e come un maroso schiumante di vita mi verso alla riva.

Apri la carne come il fattore la terra, il pescatore la cozza, lo scultore la pietra. Tratta la vena scoperta come una madre il bambino.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa che ad un qualsiasi condannato prima sì da un pensiero d’amore.

Il bianco t’avvolgeva come un amante innamorato. Geloso ti ho spogliato e rivestito a mio sonetto.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto inconscio. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Non è per l’età o per la diversità come può sembrare, e che io sto, e tu vai ad amare.

Stai, sull’erba del parco, come natura divina, apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Sei tornato. Il viaggio sul nero è finito. La norma ti ha avvinto come ancora e forca.

Calda, la tua forma si crogiola nel tempo che si è fermato accanto ad ogni tuo sospiro.

Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi piuttosto, che ho sbagliato sogno.

Mi sei apparso nella mente, appoggiato mollemente su due righe da niente.

Alla sera mi metti la testa sul petto. Poche parole scambiate a sussurro come ultimi raggi confondono il cielo e la terra.

Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece vieni, vai, e non mi vedi.

Quieto e tranquillo lo spirito mio a larghi moti si espande senza confini

Hai smesso di russare. Ora non ci lega neanche il fastidio di starti a sentire.

Come rubare il gioiello al mio re, se questi ora sta, angelo caduto, russando sul letto?

Quando ti deciderai a staccare la presa dal seggiolone, sarai la scelte che farai.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho scialato una fortuna in parole e ti ho tentato con tutte le mie rime. Niente! Ti direi evanescente se non t’avessi visto baciare un amico dietro una tenda.

Ti dissi: attento, c’è la polizia! L’originalità, si sa, è al servizio dei poeti ma, in verità, a te bastò un po’ di scuro.

In te c’è la pienezza del gatto che ronfa pigiando il cuscino sul letto mentre ti accosti alla notte senza timore.

Nuda l’anima è dentro la tua pelle e senza impicci abbraccia d’ogni tua forma la più pulita bellezza.

Anche oggi il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Non ho capito bene cosa fai nella vita. Ad ascoltarti sembra che tu sia sceso quaggiù per grazia divina!

Aspetterò salire i pensieri, dal profondo come bolle.

Mi adagio come un’onda che non vuole ritrarsi priva di qualcosa.

Anche stasera sei qui: infinito respiro fra un bacio e l’altro.

Ti ho persino pensato prigioniero di un falchetto rapace. Invece ti eri nascosto davanti uno specchio.

Signore! Se avessi fatto la saggezza piena di muscoli ora canterei le tue meraviglie e lui canterebbe le mie, non quelle dell’imbecille che me lo ha sedotto con i suoi capelli, con i suoi foulard, con i suoi vent’anni.

Da giorni sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te se solo non avessero diviso la vita a metà.

Poseranno i pensieri le loro armature e come guerrieri staranno a contare i rimasti.

Ti ho circuito, accompagnato, sconsigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato come una nutrice, poi, sono tornato ai miei ferri, e ai mie ricordi.

A scoperchiare la mia tranquillità, sei giunto tu. Come un notturno sorpreso dalla luce ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Mi hai detto – no – Senza curarti se morirò, per sere e sere.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Ovunque vada sei sovraimpresso su ogni cosa ma nullo diventi appena oso fissarti dentro di me.

L’attesa di te è fatta d’attimi, lunghi come momenti d’apnea dove appesi ad un fluido dubbio la mente vacilla e la vita si placca di scuro.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, come nei carciofi sono giunto al cuore.

Abbiamo considerato le cose taciute ed abbiamo capito che il meretricio è il tarlo che lascia intatto di fuori quanto ha reso cave.

Sotto la tranquillità si erge l’istinto. A nulla vale il libro o la penna. Il pensiero è altrove.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così?

Stasera l’anima mia si è presa un attimo di fiato, ma lo stesso sta, avvinghiata su di sé, come un pugile alle corde.

Mi sarei portato al tuo fianco e un po’ come Virgilio t’avrei condotto attraverso la vita.

Quello che avrebbe potuto non sarà. La storia spargerà sale sulle fondamenta e nulla saprà d’antico nei sogni.

Dalle pene pulirti. Fra le braccia tenerti. Con inediti sussurri lenire i sospiri ai tuoi sonni. Vederti dormire di nuovo bambino.

Il mio spirito naviga libero per mondi diversi come barca ancorata alla tua scogliera.

Sapevi che non era per te il tremore che mi ha invaso. Ne per te le tenerezze, ma lo stesso mi hai fatto sentire sulla terra.

La nullità che scopro sotto la tua crosta mi fa ritrarre, impotente, davanti la profondità del male.

Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati ma non ci sono cascato sapete, ed ho riso, all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia, di un bucaniere sulla moto

Hai trovato una donna d’accatto. Non è facile dire – sii felice – quando si vorrebbe urlare le storture della vita che hanno fatto di noi tre cose così.

Il cordone che ci lega vibra delle tue impennate. Basterà la vita a fermarle?

Ho piegato la tua vita ai miei voleri. Maligna e breve sensazione di vittoria, a suo tempo condivisa anche da Pirro.

Ho tentato con la bocca la tua ma ti sei rifiutato. Hai detto che non senti il momento ma forse è diversa l’età.

Non posso sognare soldi sull’unghia orizzonti più vasti per il mio sentimento.

Prima mi hai elevato e dopo avermi illuso mi hai buttat giù. Anima che resti, crederai ancora agli angeli quando hanno vent’anni?

L’azione che completa il principio del piacere avrebbe fatto di te un servo, la realtà, un sogno.

Non più come un navigante che si duole perso. Ora, posso gridare – terra ! – perché all’orizzonte ho intravisto che forse mi ami.

Hai ceduto ogni mio atto in cambio di schifezze. Cosa dirai al paradiso che ti avrà escluso malgrado me?

Hai svilito ogni funzione e come un parassita hai tolto sangue ai sogni a venire.

Se potessi trovare il sistema di fare di te un uomo, chiara diverrebbe la mia e la tua funzione, invece, è calcificata natività.

Il sentimento che ci lega è una via dolorosa, dove cadrai sotto ogni storia, ed io ti alzerò sino all’ultima croce.

Sono passate le nove e non sei arrivato. Ora so quanto tempo ci vuole per lasciare il cielo e scendere a terra.

Solo come un pianto, sei nella mia mente, necessità e farsa.

Ora che mi hai rivelato come l’anima tua stia solo avida sulla mia, capirai l’ira del deluso che ti ha cacciato dal ventre suo, per non averti più, errore amato dentro se?

Il cielo non si è mai coniugato alla terra. Altri cieli ed altra terra subito dopo.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterle a nudo! Ma il cuore ora si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

Abbiamo riso come scemi! Il cuore scuserà la tua giovinezza e le mie bugie.

Quale impiccio il sesso l’età, gli schemi. Vorrei averti invece, angelo secondo concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

Ti sia reso grazie, per avere a Bacco, adulterato da trite vinacce, per qualche tempo, illuso il palato.

Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Cosa significa essere amati per te? Niente! Indolente passi per ogni nervo della vita ed ogni cellula schiacci sotto il calcagno.

Per te ho rimosso la verità su altro fronte ed ho commesso lo stupido delitto di tacere per misericordia.

Potrei guarire l’anima, se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita che hanno giocato allo stadio?

Censori e brava gente: lasciatemi pensare sia per niente, la sua testa nella mia mente.

Ho capito con te che alla vita non si mente, e che un uomo non mi è amante sufficiente, se non ha un peccato decente, col quale lottare.

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me.

Ti sento nella pelle come un feto che picchia sui miei sentimenti, se alla vita consenti, (e, all’amante), solo ansia senza sorte al respiro.

Se la vita ti ha mancato: fede! E’ scritto: consolerò gli afflitti, darò ragione ai giusti.

Quando ti sveglierai sbadiglierai ai miei contatti, eppure, prigioniero.

Ne ho piene le borse di tutte le anime perse che filano pianti e cose sbagliate!

Assieme è finito l’arcano, per cui, da lontano, eri.

Illuso che non ha visto quello che sono stato: un pianeta conosciuto alle tue carte.

Attenti a voi, anime reiette! Tempi sono da cavallette perchè il sesso è uno strale del divino temporale! Dice il cardinale che tutto sa sul male: quale unica morale vi sostenga castità, perchè, neanche santa trinità vi salverà dal disonore di finire per amore o d’ecclesiale carità.

Spicciole risate costringono la festa per strade forzate che vanno a bacini riempiti da tempo solamente a gocce.

Io sorrido tu sorridi noi sorridiamo. E’ una voce che del verbo avere sta come i cavoli con le pere, pure, mistero o parodia, nella vita che gioiamo ci lega fingere la strada, trascurare l’uscita.

Natale, Natale, Natale! Melassa di festa fra le braccia allontano come amante tedioso. La semplicità d’una messa vorrei, e null’altro che te. Intanto, un silenzio da fiocchi di carta, lede, mio incanto, ogni sogno alla terra.

Il tempo rinnega pietà per ogni rinuncia in età.

Mi è stato amaro zittire l’ardire ai campi e nel contempo salvar virtuosa, un’idea che forse posa, a castità.

Non vi dev’essere mai stupore se – roccia pare eppure frana! – La natura può dolere per infinite vie e come crepa stare al cuore del più saldo fra gli amanti.

Irritato all’idea che l’anima mia ti sembri un pianto dirotto t’avrei detto quanto sono felice e di come ho goduto  dello spettacolo che eri diventato.

Ti so affamato, ma lo stesso, l’anima mia cincischi, svogliato.

Prefica gentile la mia anima consola ogni onda che la riva annulla poi, soddisfatta, s’appaga di tepore.

Lamenti incurante di avere vinto pose morte.

Stretta la foglia, larga la via, la tua età è una idea, con qualche follia.

Fra le mie braccia come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo respiro finalmente tace.

Caso volle l’altro assente, così delicatamente, confondemmo poco niente.

Sai cosa ci separa dal sopperire l’età con la parola amato! Solo un po’ di prato.

M’angoscia, vedere la tua figura ridotta, caduta, svilita falsa, pestata, bevuta, truccata, nuda alla moda. Come vorrei rifarti secondo l’immagine dell’idea pulita che ancora non ero.

Vivere o sognare? Se mi sdegni, sognare!

Sei passato dentro la mia vita, con un’occhiata data di sfuggita, alle mie emozioni.

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Non permetterti il lussuoso vizio di essere a vanvera te stesso. Troppo tardi potresti capire che prima ti hanno spogliato e poi finito.

Come frutto di magia sei sorto dalla mia filosofia.

La morale dell’oro è nella pelle dei servi.

Scorre il senso davanti i tuoi occhi. La recita ti appare ancora prima di ricominciare.

Come ho potuto amarti più di un momento! Ma pensa a che trucchi ricorre la voglia! Ha sovrapposto, come in fotografia, la tua realtà alla mia fantasia.

Voglio tenere tutti i miei rami. Anche i secchi. La vita saprà cosa farsene.

Apri la carne come il fattore la terra, come il pescatore la cozza, lo scultore la pietra. Tratta la vena scoperta come una madre il bambino.

Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

Ho preferito fermare la sterile voglia che ti avrebbe spogliato dietro la casa. Mi sono limitato a covarti come una chioccia.

Pensieri sfogliati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta, tuttavia, non la regge il cuore.

Sono stanco di compromessi. Sono stanco di questi amanti da poco che pure hanno l’arte di impastoiarti ai marciapiedi. Imparerò a dividere l’essere mio anche in mille parti se costretto. Metterò fra me e loro, parte dopo parte a separarli. Nell’ultima metterò il meglio di quello che avrò avanzato, e lì riposerò in pace.

Rincasando nella stanza priva di presenze scoprire la sera ed il silenzio aggirarsi senza senso fra i mobili.

Era così bella commedia il credere alla facoltà d’amarti da bastarmi quella.

Ti vedrò fiorire. Nulla c’è stato concesso per farlo assieme.

Nel tuo sorriso si perde ogni volo, ed è pura tenerezza, l’orizzonte e la meta.

Corteo di ricordi e d’immagini passate si accavallano nella mente. Distolgono il mio sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

E’ arrivata portata dalla sera la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta della stanza nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

E’ passato il tempo, levando a ciascuno di noi, qualcosa che parrà, restituire attraverso altri.

Tutto al confronto smette di sussistere. La realtà che credevamo essere roccia, frana.

Quando non c’è che silenzio è meglio spegnere la luce, e lasciare ai sogni il compito gravoso di dipanare matasse.

Vorrei adornare di stelle le cose che non ho. Vorrei adornare di stelle le cose che non ho piene di stelle. Vorrei adornare di stelle, delle piccole stelle.

Qualche volta sento sospirare in fondo uno spirito folletto che ancora non si è convinto che è arrivato il momento di tacere.

Il sole attendo ma non viene. Al suo posto m’ha mandato un pianto sospeso a mezz’aria.

Ti avevo affermato che non scrivevo più! Non è vero. Tutto torna a fiorire Non appena la vita mi bagna.

Si erge l’altra immagine di te. E’ un sipario che sale lentamente su una storia senza gente che la vive.

C’è stato un momento nel quale non c’era più niente fra noi, poi, ti sei rimessa la pelliccia.

L’una! Bene o male la notte dorme fra le braccia di qualcuno.

Fra la voglia d’amore e la vergogna d’amare non posso non vedere la tua giovane età.

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

Giorno dopo giorno, aspettando un giorno.

Ci crederei, se non avessi visto ridere i tuoi occhi, e la bocca parlare d’altro.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare. Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Nei tuoi confronti la ragione è un soffio che dissolve delle bolle di sapone.

Nei miei occhi ti adagerai specchiandoti, e ne studierai l’effetto.

Non dirò niente di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

Mi sono tuffato dentro i tuoi occhi. Le tue labbra sembravano rive che si allontanavano sempre di più, mentre tu ridevi, ed io affogavo.

Verrà il tempo nel quale dirai le solite cose, non dimentico di avere detto ad altri le stesse cose. Verrà il tempo nel quale ti infervorerai poter convincere l’amato che – solo lui! – Verrà il tempo nel quale ti accorgerai che il tuo principe è un uomo e che anche tu lo sei.

Quando ti accorgerai che l’amore assumerà le sembianti di un sogno infantile e che nella sua rivelazione travolgerà le ultime tue difese dove ti aggrapperai se nulla ti reggerà? E se l’amore nonostante tutto, infierisse ancora, che farai? Ti rivolgerai ad una penna affinché questa come pala svuoti la tua vescica, o ti attaccherai ad una trave di carta, e ne farai una commedia?

Hanno voluto vedere come era fatto il mio amore. Me l’hanno ridotto ad un santostefano d’avanzi.

Se tu sapessi, ahimè, quanto disturba amor, se nel dichiararne tanto, devo pensare soprattutto al franco.

E’ mezzora che ti sto predicando – i soldi hanno grande importanza! – Tu mi dici – i soldi verranno! – e intanto m’inviti all’amore.

Sbrigliatevi, sensi! Fatemi vivere l’amore come prima, per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco, indifferente a tutto questo.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco, invece, neanche un filo di inchiostro ti ferma accanto.

Si può dire ad un cieco com’è fatto un pino? Si può dire ad un cieco di un verde che non sia solo nero? E, come gli si può dire se non vi è stato niente che ricordi a quello l’odore di una baca ne di alcun’altra sensazione mai divisa con alcuno sotto un pino? Si può dire ad uno di una storia chiamata amore e sperare che ne voglia? Come, se non vede, o non sente, o se mente?

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto tu abbia potuto tanto. So solo che quando ti penso, sei lì nel farmi male.

Hai mai visto una rosa aggrappata allo stelo nonostante la stanchezza evidente? Così tu, così io.

Sono stato come biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora, sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati ma, non ci sono cascato perché ho riso all’idea di me Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

Per il sottotitolo mi sono appoggiato al Suonatore Jones di Edgar Lee Master. Probabilmente ci sono delle doppie ma non riesco a toglierle perché la memoria non mi aiuta. Non faccio in tempo ad andare ad una riga successiva, infatti, che già non ricordo lo scritto che dovevo verificare. Devo proprio lasciare tutto come sta.