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  • Avevo bisogno

    Avevo bisogno di riparare il soprabito. I gestori della sartoria dove capito sono cinesi. Sono giovani, sorridenti, cortesi, premurosi: italiano zero! Nell’internazionale linguaggio che va sotto il nome di Io Tarzan – Tu Jane riesco a farmi capire. Rendendomi conto della loro impossibile comunicazione e ausiliato dal mai abbastanza benedetto (anche se limitato) traduttore di Google, in Rete trovo una scuola serale gratuita per immigrati (non l’unica a dire il vero) al costo dei 15 euro che servono a coprire una forma assicurativa se non ho capito male. Sempre con i mezzi sopra detti riesco a proporgliela. Sto dicendogli l’opzione quando nel negozio entra un loro connazionale. Anche questo cinese. Anche questo giovane, simpatico, e, parlandone con spontanea simpatia, alla Paul Belmondo per la somigliante faccia da schiaffi: parla italiano. Mi chiede chi sono, cosa voglio, perché lo faccio.

    Gli dico che sono un cliente, che ho visto la difficile per non dire impossibile comunicazione dei due gestori, gli faccio notare che in Cina farei ben pochi affari se non sapessi un minimo di cinese, e che è cosa identica per i suoi due connazionali. Telefono ad un sindacato, al Cestim a due scuole. Mi faccio dare numeri telefonici, indirizzi, e dire condizioni; insomma, in giro di un quarto d’ora metto i due immigrati nella condizione di sapere cosa fare e dove andare per farlo ma, l’atmosfera non è più come prima! L’intervenuto, quello che conosce l’italiano, tende a sfottere. Si sente che non è interessato. Si sente che vuol sminuire l’interesse che ho suscitato nel due giovani del negozio. Preferisco non rilevare. Faccio per pagare ma ho dimenticato a casa il portafoglio.

    Lascio in negozio quanto dovevo ritirare, vado a casa, prendo i soldi, torno in negozio, pago, ritiro. Fra il prima ed il dopo non posso non notare che della cortesia è sparito l’anima: solo è rimasta la forma. Torno a casa. Verifico il lavoro. Ottima, la cucitura della tasca del soprabito. Dei due lavori, quello capito maggiormente perché facilmente intuibile sia per i Tarzan e i Jane che reciprocamente siamo stati. Non da oggi è noto che per qualsiasi forma di potere, il supino che non sa comunicare sé stesso ad altri e/o alla società è destinato a restare un servo (del potere in caso quando non, dello stesso potere) o un utile idiota, o a vari livelli, un complice. In toto quando non in parte, ciò che libera è il possesso della parola: nascita che avviene per contestuale natura, e/o per appresa cultura. Il mio disinteressato coinvolgimento con le difficoltà linguistiche dei due gestori ha mosso ciò che non doveva muoversi?

    Lo sospetto. Fortemente. Se fosse in mio potere, signor Direttore, vincolerei la permanenza sul territorio italiano (ed il conseguente lascito del permesso di soggiorno) ad una documentata e triennale frequenza scolastica del livello terza media. Renderei obbligatorie le materie umanistiche. Facoltative le altre. Vincolerei il proseguo del permesso al superamento di un esame di fine corso con, nelle umanistiche, almeno un sufficiente come voto. Farei sostenere l’esame in una scuola esterna a quella frequentata (o con esaminatori esterni) onde evitare qualsiasi genere di pressioni agli insegnanti del corso annualmente frequentato dall’emigrante. Tre anni sono sufficienti, sia per dare all’emigrante una buona base linguistica che una variamente culturale.

    Sono altresì sufficienti, vuoi per aiutarlo a liberarsi dalle catene di taciuti vincoli, vuoi per poterle portare meglio, vuoi per decidere se la sudditanza in cui si trova è via per capire la vita: vuoi propria, vuoi sociale, vuoi per quello che crede più giusto capire. Il fine della proposta che le dico, Signor Direttore, non ha certo quello di rendere gli emigranti dei pressappoco cloni degli italiani, bensì, ha il fine di metterli nelle condizioni di vivere con una marcia in più: con la conoscenza d’origine, la nostra.

  • Aveva ragione Silvia K.

    “Gli uomini si prendono per la gola”

    Venerdì 5 cessa il mio lavoro al Carcere. Sostituivo un’ammalata che rientra. Mi sa che dovrete riadattarvi al servizio di prima, dico ad uno dei secondini. Peccato, commenta, ci eravamo abituati. E te credo! Il servizio di mensa serale, da piatto che era l’avevo trasformato in una qualità da ristorante. Ne ho la capacità. Non che potessi più di tanto, ma c’è modo e modo di fare anche le stesse cose, ed io trovo sempre il migliore. Certamente mi è costato più fatica e più corse, ma, sapevo dove volevo arrivare. Non vi dico le perplessità dei fruitori della mensa, quando, abituati all’operaia servizievole si sono ritrovati ad aver a che fare con un altro genere di cameriera: a servizio si, ma non qualunque e non comunque. Avreste dovuto vederli i sorpresi maschiacci, indecisi fra il rifiuto o una recitata civiltà. Ah, è così, mi sono detto! Bene! E adesso vi faccio capire se a fronte di miglioria nel cibo e nel servizio vi importa qualcosa se a farlo è femmina o no: non gli è importato. La giustizia si gusta meglio quando non scotta la lingua.

  • Atmosfere rarefatte

    “Atmosfere rarefatte nelle stanze del vescovo di Bologna, dove a dirla col precedente papa, manca solo un Raffaello per essere in Vaticano. Solo qualche matita fuori uso nel cassetto della sua scrivania, e, fatalità delle fatalità, in tempi di Dico, la lettera di una donna abbandonata da un giorno all’altro dopo nove anni di convivenza. “

    Tribolato dalla pena per quella donna (immagino) il vescovo dice al Giornalista: eccole, le coppie di fatto! Secondo me, guarda la paglia per non vedere la trave statistica, secondo la quale i matrimoni regolarizzati dalla Chiesa durano meno delle cambiali firmate per pagare la camera da letto! Disgustato dal vescovo, interrompo la lettura dell’articolo. Prima di passare oltre, però, mi cade l’occhio su questa interessante affermazione: “del resto, la chiesa fa politica nella democrazia, ma non è una democrazia. Il tutto, “per mandato dell’Altissimo”. Ben strano mandatario un Altissimo che manda il Figlio a dorso di mulo e i vicari a dorso di potere! Fortunata la fede che sa distinguere la psichiatria dalla teologia.

    Considerazioni su l’articolo di Michele Smargiassi ne la Repubblica 11/2/2007

  • Manolete: anni 40.

    Manolete uccide il toro che lo uccide. Il proprietario del toro, evidentemente annebbiato dal dolore per la morte del torero, prende un fucile e uccide la fattrice. Che colpa ne aveva sta’ povera vacca?! E visto che il toro è già stato ucciso perché non si è ucciso l’allevatore, dal momento, che avendo allevato la vacca che ha allevato quel toro, lo si potrebbe considerare concausa della morte di Manolete, non di meno dello stesso toro? Morale della favola: si fucila l’ultima causa quando abbiamo la mente annebbiata, dall’errore provocato dal dolore come anche dal dolore che provoca l’errore. Capita l’antifona, caro caruso?

  • Anche avvocato da cause perse

    La colpa, signor Direttore, è proporzionale allo stato di coscienza. In quanto presidente ed in quanto proprietario di Discoteca, vedo (e mi vedo) nolentemente “colpevole” di ospitare una gioventù, a sua volta “colpevole” di una vitalità generalmente in eccesso, a vuoi a causa di una esasperata ricerca di un più ampio completamento amicale – sentimentale, vuoi per segnare meglio uno stacco fra la vita che vivono e quella che vorrebbero vivere, vuoi a causa di “ausiliari” supporti: droghe monopolizzate dallo Stato, e droghe monopolizzate da altri stati. Una causa non esclude l’altra. La gioia di vivere è un’acqua che disseta. Non vi è acqua, che possa dirsi pura. Alla stregua, non vi è ambito e/o prodotto, che possa dirsi puro. Preso atto dell’universale impurità di quell’acqua, comunque non ci pare atto intelligente, il chiudere i bacini che la contengono. Intelligente, è filtrarla. Intelligente è controllare i bacini. Nessuna delle Discoteche che rappresento si è mai rifiutata di applicare i più idonei filtri e/o controllare il proprio ambito. E’ certamente vero che una maggiorata conoscenza, permette l’applicazione di maggiori filtri e di miglior controllo; e neanche di queste azioni, nessuno di Noi, rifiuta. Il genere di filtro che noi applichiamo nelle nostre Discoteche nasce dalla nostra esperienza. E’ chiaro (c’è ne rendiamo ben conto) che non basta.

    Non basta, perché vi sono impurità che si sanno ben mimetizzare fra le non impure. Chi, è in grado di distinguerle meglio? In teoria, molti addetti ai lavori di pulizia? del sociale, ma in pratica, e a priori, nessuno. Ci ritroviamo così, Noi discoteche, ad essere l’involontario territorio di guerra, non solo, delle vittime di sé stessi, ma anche di chi dovrebbe aprioristicamente impedire, nella giovinezza, l’emergere di istinti inconsciamente suicidari. Come non bastasse, siamo involontario territorio di guerra dove, maggiormente si dimostrano le carenze operative, vuoi dei deputati alle politiche giovanili, vuoi dei deputati al controllo sui risultati di quelle politiche. Nessuno di noi, Associazione, si è ma sognato di chiedere la chiusura di un Sert ad ogni morto per droga.

    Nessuno di Noi, Associazione, si è mai sognato di chiedere la chiusura di un Commissariato perché non ha saputo fermare lo spaccio (o lo spacciatore) che ha provocato quel morto: pure, sanno molto più di noi. Pure, possono molto più di noi. Cosa ci ritroviamo a vivere, invece? Ci ritroviamo a vivere un rischio di fallimento per ripetute chiusure, perché, onde separare l’acqua sporca dalla pulita, altro mezzo non si trova, oltre al chiudere i bacini. Per quale colpa, dal momento che se da un lato abbiamo ben coscienza del problema, dall’altro, non possiamo essere coscienti dei problemi che possono albergare in una data coscienza? E, se i deputati alle politiche giovanili ed al controllo, chiaramente, non possono essere i maghi che ipso fatto risolvono il problema della devianza sociale nella giovinezza, (e/o nel dato giovane) per quale mai potere possiamo esserlo noi, che se per malaugurata idea di permettiamo di allontanare un soggetto dai nostri ambienti, anche solo delicatamente accompagnandolo verso l’uscita, rischiamo una denuncia penale per maltrattamento?

    Il Ministro di un precedente governo ebbe a dire: dobbiamo imparare a convivere con la Mafia. Noi, non le abbiamo scritto questa lettera perché vogliamo convivere con l’acqua sporca, ma perché vogliamo imparar a separare acqua da acqua, in quanto invasi, non solo dalla marea di fango che tutto invade (se già non ha tutto invaso) ma anche delle chiare insufficienze di chi, ben più efficacemente di noi, dovrebbe difendere anche noi. Vorremmo sapere, inoltre, se e come, i deputati al problema devianza nella cultura giovanile intendono risolvere il Problema, senza per questo aggiungere danno a danno. Chiudere le Discoteche, infatti, non è, risolvere il Problema. Più che altro; ci pare la terapeutica volontà di chi non vuole avere problemi. Il non aver problemi perché si tacita il Problema chiudendo le Discoteche, è giustizia di chi può, ma non è la giustizia di chi sa. A proposito dell’inquinamento nei valori nella Giustizia, anche ogni atto che sa di sopruso è una melma. Non per questo chiediamo la chiusura della Giustizia. Solamente gli chiediamo, di dare ad ognuno il suo, bilanciando i suoi piatti ed i suoi pesi, con più mirato equilibrio.

  • Ah, l’amore che cos’é!

    L’amore! Se ne parla da quando abbiamo la parola. Cosa non abbiamo detto ancora! Eppure, non abbastanza se ci ritroviamo a non distinguere quando è culla e quando è carcere. Non dovrebbe essere così difficile! E’ culla quando non toglie nulla alla vita che si ama, mentre, è carcere, quando la vita “amata” si trova parassitata della sua. E’ così chiaro! Per quali arcani lo facciamo così nero? E, per quale arcano, le due righe che dico di scrivere, diventano molte di più, mano a mano le scrivo?

    Ho saputo che ad un certo punto te n’eri andata. Cin, cin! Te lo meriti. Non credo ce tu l’abbia fatto per ripicca e/o per sterile contrapposizione, ma perché ti sei rifiutata di farti invadere dalla vita degli altri: padre compreso. Ben fatto! Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso!

    E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra.

    Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (appropriazione di un sé), è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici.

    Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare (nel dolore) la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. Ad ognuno, poi, la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte.

    Veglia sulla tua disponibilità, se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui.

    Stai attenta: vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, oltre a quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame. Quindi, distingui: soffri perché ti manca l’amore, o soffri perché il tuo essere è un’esca insufficientemente appagata quando non sufficientemente attrattiva?

  • Ad un signore dei 5 stelle

    Cortese signore: lei ha la mia simpatia e la mia stima, quindi, chi le scrive non le è avverso. Le scrivo, solo perché sento il bisogno di comunicarle quanto hanno mosso, in me, le sue prese di posizione a proposito del pericolo di mutazione dei pentastellati. Li vorrebbe com’erano al principio della strada ma, panta rei, signor Di Battista: tanto più in politica. L’educazione e la psiche si formano per due prevalenti vie: quella della parola e quella dell’emozione. Ovviamente, una via non esclude l’altra.

    Solo i fanatizzati dalla parola e/o dall’emozione possono farlo. E’ vero! Quando si separano dal reale, rischiano di poterlo anche gli idealisti, concettualmente più sfumati. Suo padre (non sono avverso neanche a suo padre, anzi, mi è pure simpatico) è ideologicamente fascista. Come tale portatore di un carattere generalmente privo di sfumature. Per come la vedo e date le sue scelte, del carattere paterno lei ha rifiutato la forma delle parole, tuttavia, a me pare che non sia riuscito a rifiutare le emozioni contenute nella forma concentrata della Cultura di suo padre.

    Questo, sempre e solo a mio dire, l’ha collocata in un mentale e sentimentale “campo” di “concentramento”. Per campo intendo il luogo dove si semina un’ideologia e si raccoglie quanto seminato. Per concentramento, invece, intendo il luogo dove si concentrano gli atti e i fatti derivati dalla semina e dal raccolto. Checché si dica, si pensi, o si creda di averlo fatto, un Crescente non riuscirà mai a sciogliere i vincoli emotivi che lo legano a chi l’ha fatto crescere; ed è per quegli ineludibili vincoli che la penso ancora concentrato nell’emozionale campo di concentramento paterno.

    In quel campo e per i motivi che chiaramente ipotizzo, la vedo come il recluso capò di sè stesso. Per quale porta uscire dal suo campo di concentramento? Direi quella già attraversata da un certo Edipo.

  • Accendo il computer

    Dopo aver dato una veloce occhiata ai titoli del giornale guardo le foto: non di meno articoli degli scritti. Ne ho sempre ricevuto uno strano malessere; domanda senza chiara risposta, almeno sino ad oggi. La risposta che mi sono dato oggi, è iniziata con un leggero senso di vomito. Se le foto mica si mangiano, mica può essere problema di stomaco, mi sono detto. O si, ho obiettato subito dopo. Se le informazioni sono cibo per la mente, infatti, non è escluso che il procurato senso di vomito mi venga da quello stomaco. Perché? Evidentemente, perché si è cibata in eccesso; evidentemente perché la mente non è riuscita ad assimilare contrastanti gusti, odori, profumi emessi dal giornalistico calderone.

    “Tennis, Dubai: il match blindato di Andy Ram”

    Ram é un tennista israeliano. Sto poveruomo ha dovuto giocare sentendosi assediato, non solo dall’idea di un attentato verso la sua persona, ma anche dall’ambaradam messo in piedi per sua protezione. Come siamo malmessi! Non ho neanche il tempo di fare almeno un rigurgito liberatorio che mi si presenta la foto del volto di una bambina, pressoché coperto da una mano maschile.

    “La siciliana ribelle per immagini.”

    Non so ancora bene di cosa si tratti, ma la mente mi va incontro alle donne violate che si sono ribellate all’ergastolo sofferto per stili di vita da antichi mondi. Da quella Sicilia mi si butta a Milano. C’é il Misex leggo. Chissà  che è il Misex! Sarà un coadiuvante per stitici? No, è una Milano a luci rosse: tette, culi, e solita roba. Non ho il tempo di dire va bèh, che mi ritrovo in America mentre sta tornando a giocare Tiger Woods. E’ un golfista. Non si sa quante volte campione del mondo. Ha fatto montagne di soldi. E’ tornato alle gare dopo problemi fisici. Giocherà  con 64 campioni tra i più forti della specialità. Se nulla ha da dire la Madama Marchesa, cosa cavolo avresti da dire tu, Vitaliano? Ed infatti, “così va il mondo”. Già, ma perché il mondo ha vinto la buca, o perché gli é andata buca?

    Dal deprimente quesito mi distoglie, sempre a Milano, la visione di una bella donna in passerella. E’ una certa Belém ciliegia di moda sulle solite torte. Noto fianchi generosi: letizia dei parti, mi risulta. Auguri. E’ delicatamente bella. Chissà perché, penso che anche la bellezza può essere una schiavitù. L’hanno saputo prima, e mortalmente peggio le Schiave di Ravensbrueck.

    Ho un bel bere la mia filosofia per mandar giù quel blocco ma non va giù niente! Mi mancano un bel po’ di concezioni tibetane sui destini nella vita, penso. Stanno festeggiando il Capodanno da quelle parti, nonostante siano in una situazione che ha molti capi e molto danno. Non ho il tempo di considerare il fatto che “Le copertine più trash della storia della Musica” mettono della spazzatura sulla doverosa riflessione. Come non bastasse quella delle copertine, mi si da modo di vederne dell’altra, attraverso “l’occhio indiscreto” di Street View: una foto di matrimonio, chi caga, chi pisca, chi dorme, delle tette, un culo, ed altro in cui si è spanta la questione, ma, “Usciremo dalla crisi” dice Obama. Non gli dico, hai voglia, solo perché la speranza è l’ultima a morire, ed è forse, la prima divina commedia che ci recitiamo da sempre.

    In questo “Inferno”, invece, c’é la servono molto ultra umana. Scusali Dante. Ci sarà pure anche quella ragione. La grafica di quell’infernale videogioco non é certo come quella che hai disegnato tu, tuttavia, é intrigante. Non come i tuoi personaggi, ovviamente. C’é il bellone forzutone, i soliti cloni di strane capre, ruderi a gogò, luci stroboscopiche, e l’inevitabile magia. Se bianca o nera non ho sindacato.

    Dai gironi di quell’Inferno per gioco, vengo spintonato in quelli di uno stadio, dove l’Arsenal ha fregato la Roma, nonostante, la Roma, “abbia sfiorato la rete del pari”. Nonostante? Che é, nonostante? Un’assoluzione in articulo mortis! Altra capriola letteraria in “Pari senza reti per l’Inter” “I nerazzurri rischiano più volte di passare in svantaggio”. Ci provo, ma proprio non sento alcuna disperazione. Mi sento invece, mancante d’aria! E l’aria (si fa per dire) m’arriva tornando a Milano.

    Profumo di campione in Milano: quello di Beckham e degli annessi e connessi che muove: inguinali o no che siano. Ci sono centinaia di persone davanti al negozio. Tutti, per comperare le “sue” scarpe. Non riesco proprio ad immaginare la somma che potrebbe raggiungere l’Obolo di s. Pietro se solo lo reclamizzasse lui! Anche se è messo così, non é che non capisco il Mondo, Madama la Marchesa; è che capisco sempre di più quelli che vogliono scendere prima della fermata.

  • La condivisione dei pesi

    In queste memorie di viaggio ho messo la parte ideale ma nondimeno quella reale. Il che vuol dire, che nel mio netto, è presente sia il lordo che la tara. Si consideri, tuttavia, che senza il mio viaggio reale, non avrei potuto percorrere neanche quello ideale. Ne è valsa la pena? Conoscerlo ne vale la pena? Ad ognuno la sua risposta.

  • Se uno spirito é francese

    Non è detto ma potrebbe succedere che in un futuro più o meno prossimo qualche medium possa dirsi convinto di essere nella medianica comunione con il mio spirito. Vero o no che sia, che ci si creda o no, o malattia o no che sia, fatti del genere sono successi, succedono e succederanno. Ebbene come verificare se è effettivamente il mio spirito quello che comunica con il tramite? Con certezza non si potrà mai saperlo. Qualcosa di più si potrà tenendo presente che sarà il mio tanto quanto (poco o tanto che sia) non condizionerò la vita altrui e non sarà il mio tanto quanto (poco o tanto che sia) risulterò condizionante. Mi si potrebbe chiedere: nel mondo degli spiriti come è possibile l’appropriazione totale o parziale di un altra identità? Nella vita spiritica non vi è materia che separi forza da forza. Prossima o non prossima che sia, la vicinanza della reciproca forza è permessa dalla corrispondenza di similitudine fra forza e forza. Esemplificando si potrebbe dire che se Pinco è spiriticamente simile a Pallino, l’identità così con_fusa per vicinanza la forma spiritica di Pi_Pa. Non succede alla forza che per potenza non è soggetta a comunioni con spiriti di altra forza.

    Misericordia! Anche questa parte è un orrore simile alla precedente! L’ho completamente rifatta, ovviamente! Non ero decisamente pronto a scrivere di questi argomenti ma dovevo e quel che è peggio dovevo farli avere! Chi pensa di possedere delle rivelazioni (parlo anche per me) dovrebbe tener presente che è posseduto da quanto possiede. Guaio è che lo si sa dopo. Guaio è che tanto più sono potenti e tanto più travolgono. Guaio è che il posseduto potrebbe non sapere mai di essere un travolto. Solo a dissidi finiti potrà cominciar a pensare di aver raggiunto “le placide acque”.


    L’avevo mandata a Eco in risposta ad un suo articolo sulla medianità. In occasione del rinnovo del programma in Rete l’ho riletta. Ma cosa cavolo avevo scritto! Non ci  capivo più niente! L’ho rifatta! Digerire anche questa non sarà mica molto più semplice tuttavia più possibile: tanto più che la sto rifacendo anche adesso (anni dopo) perché la scopro ancora piena di confusi strafalcioni e di inutili ripetizioni. Misericordia! Gli avevo proprio mandato un orrore!

    Mettiamo il caso di uno spirito che fu un francese. Volendo comunicare con un medium italiano non potrà non esprimere la Cultura di origine. Il visionario italiano, quindi “vedrà quello che il francese sa”. Succede, però, che un visionario in medium non sappia quello che il francese sa, oppure, che sappia di saperlo solamente a posteriori. Se un visionario non sa quello che sa, o lo sa a posteriori, come ha fatto a vedere un’apparizione a priori? Sono convinto, infatti che un medium non possa vedere quello che non corrisponde al suo spirito? Si può anche pensare che possa vedere quello che non corrisponde al suo spirito e quindi alla sua conoscenza. Quelle visioni, però, non potranno non essergli che variamente complicate o variamente misteriose.

    O dice di essere me.

    Non è detto ma potrebbe succedere che in un futuro più o meno prossimo qualche medium possa dirsi convinto di essere nella medianica comunione con il mio spirito. Vero o no che sia, che ci si creda o no, o malattia o no che sia, fatti del genere sono successi, succedono e succederanno. Ebbene come verificare se è effettivamente il mio spirito quello che comunica con il tramite? Con certezza non si potrà mai saperlo. Qualcosa di più si potrà tenendo presente che sarà il mio tanto quanto (poco o tanto che sia) non condizionerò la vita altrui e non sarà il mio tanto quanto (poco o tanto che sia) risulterò condizionante. Mi si potrebbe chiedere: nel mondo degli spiriti come è possibile l’appropriazione totale o parziale di un altra identità? Nella vita spiritica non vi è materia che separi forza da forza. Prossima o non prossima che sia, la vicinanza della reciproca forza è permessa dalla corrispondenza di similitudine fra forza e forza. Esemplificando si potrebbe dire che se Pinco è spiriticamente simile a Pallino, l’identità così con_fusa per vicinanza la forma spiritica di Pi_Pa. Non succede alla forza che per potenza non è soggetta a comunioni con spiriti di altra forza.

    Misericordia! Anche questa parte è un orrore simile alla precedente! L’ho completamente rifatta, ovviamente! Non ero decisamente pronto a scrivere di questi argomenti ma dovevo e quel che è peggio dovevo farli avere! Chi pensa di possedere delle rivelazioni (parlo anche per me) dovrebbe tener presente che è posseduto da quanto possiede. Guaio è che lo si sa dopo. Guaio è che tanto più sono potenti e tanto più travolgono. Guaio è che il posseduto potrebbe non sapere mai di essere un travolto. Solo a dissidi finiti potrà cominciar a pensare di aver raggiunto “le placide acque”.