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  • Il Terso Occhio – Aforismi

    COSCIENZA E’ CUCINA; CULTURA E’ DISPENSA, MENTE E’ FORNELLO, INTELLETTO E’ CUOCO. VITA E’ CAPACITA’ DI COTTURA.

    Il pensiero non intelligente è come un motore in folle: gira ma per sé stesso.

    A proposito della citata teoria, la mia visione é questa: stupidità è il processo mentale della ragione che da sé stessa non separa quello che l’errore moltiplica o divide, o sottrae, o somma, come neanche separa quello che moltiplica, o divide o sottrae o somma il dolore.

      • Bonhoeffer | La Teoria della Stupidità

    E’ universalmente noto: la vecchiaia é la fase dell’età in cui la vita, togliendo, fa ricordare quanto ha dato. Non può farlo prima (come ci sembrerebbe meglio) perché il tempo di dirlo comincia man mano si compie.

    Un ideale è lume e paralume Nessun dolore è maggiore della causa Chi ama è un po’ perso perché sente l’universo

    La speranza è come la gomma americana: più la tieni in bocca e più diventa amara.

    Ogni giudizio sulla vivenza altrui rivela tracce di sterco nell’animo che sentenzia. L’errore viene detto peccato da chi si informa in canonica Il peccato viene detto errore da chi si informa a scuola Un desiderio che non passa si trasforma in ciò che passa I Teologi conoscono Dio per quanto si raccontano quando non c’è.

    Con il tempo ci accorgiamo che la vita non è sempre bella per poter essere vera, e non è sempre vera per poter essere bella.

    Ognuno uccide quello che ama: la ragione per poter avere, o l’amante per potersi avere. La coscienza non è a posto quando un eco risponde al suo posto La passione è una verità naturale. L’amore è una verità culturale. A ragion veduta, l’amare. In Amore, l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura. I grandi vanti diventano grandi rimpianti Vi è intossicata dipendenza quando siamo incapaci di volere quello che pure sappiamo. Quando ragioniamo sulla prostituzione dovremmo farlo come sanno gli agricoltori: ai campi, è necessario anche il liquame. La repressione della sessualità è come una valigia. Più negazioni contiene e più è faticoso chiuderla. La verità è come la matematica. La rifiuta chi non l’impara a sua misura. Diventa saggio chi vive la sua conoscenza. Diventa colto chi la marmorizza. Chi si aspetta reverenza dalla riconoscenza falsifica la gratitudine. Chi vive delegando vive compiacendo. La vita è come la pioggia. Non chiede al campo se necessita d’acqua. L’illusione è prodotta dalla mente che vede falò anche nelle braci. La bellezza è l’arte dell’amore della giustizia per la verità. Coscienza è il sacrario delle parole che attendono la mente L’amore è l’estratto conto dell’amare Il dubbio in amore, invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore. Intelligenza: guardiano senza manette della follia. Si inizia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare. I leader sono specchi per ombre in cerca di sostanza La parola si consuma. Il silenzio mai. Nessuna definizione contiene ciò che definisce. La vita è come una macedonia. Inevitabile per la mela, sapere anche di banana. La passione bolle l’acqua. L’amore la tiene calda. Il sesso è come il morbillo: immunizza chi lo vive. Il sorriso è il palco dove le labbra recitano la parte dell’anima. Filosofia è quello che resta dell’eviscerata ragione Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita. Non c’è amante che diventi talmente arte da rendere infedele un artista. Quando in amore vi è espressa sofferenza, amputare è meglio che mendicare. In amore non ci sono vincitori. Ci sono av_vinti. Solo gli spiacevoli rivendicano il diritto di non essere ipocriti. Gli altri sanno tacere o sanno parlare. Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare. la speranza è l’ultima a morire quando la ragione è l’ultima a capire La ragione del silenzio: nessun potere dopo di me. La Ragione è carsica. Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che bisogna cambiare l’acqua ai fiori. Il sorriso è by pass per la vita ferma al cuore. E’ meglio vivere con paura che non vivere per paura. Il dolore è tesi della violenza e antitesi della giustizia. Non è difficile essere felici. Basta che ci sia chi vuole la tua felicità. Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro. l monaco mi ricorda il guerriero che lascia il campo di battaglia per fare l’attendente del capitano. Quando il futuro è scuro rinascere è futuro. Aspira a te stesso o aspira del fumo. Il silenzio è l’officina dove la mente lavora, è la stanza dove riposa, è il luogo dove risiede. La paranoia è malattia della mente derubata dalla fiducia. Il silenzio è il porto delle parole in burrasca. Le storie sono il cibo che l’anima giovane digerisce quando non lo è più. Chi ama ciò che sa più di ciò che è scende dove sono scesi quelli che amano ciò che sono più di ciò che sanno. Un ideale è lume e paralume. Il sesso è una foglia che cela una voglia di soglia. La mente che precede i passi vede il futuro ma non i sassi. Il piacere in amare sta al piacere in amore come una corrente prima dell’interruttore. La notte è coperta che copre dei forse. Siamo diversi perché noi stessi o perché no. L’identità del represso sessuale è come una valigia. Più negazioni ci mette e più fatica a chiuderla. Giorno dopo giorno aspettando un giorno. Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo rendere a nostra immagine. Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Coscienza è il sacrario delle parole che attendono la mente. L’amore è l’amante che insegna. L’amante è l’amore che impara. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita. Diventa saggio chi vive la sua conoscenza. Diventa colto chi la memorizza. Vi è corrispondente incontro fra bellezza e verità tanto quanto si congiungono nello stupore che non sa darsi. Nella gelosia non si sa quale amante temere. Nel possesso non si sa quale furto temere. La saggezza cessa quando la mente va in pensione. Religione è ciò che resta della vita dopo averla schedata. Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita. Si chiama Arte, l’opera dell’ostrica che produce la perla per difendersi dal dolore procurato dalla scoria. Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare. Vita si nasce. Nel tutto si diventa. Il dolore è maestro di vita dove non diventa il suo boia. La Ragione è carsica. Non è difficile essere felici. Basta che qualcuno voglia la tua felicità. Quando il futuro è scuro, rinascere è futuro. Aspira a te stesso o aspira del fumo. Chi ama ciò che sa più di ciò che è, scende alla penultima stazione. La violenza scalda i muscoli quando fonde la ragione. Quando il sesso è insufficiente la ragione è deficiente. La notte è coperta che copre dei forse Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. I Teologi conoscono Dio per quanto si raccontano quando non c’è. Egocentrico è chi impone la sua passione dove non può la sua ragione In nessuna parte del capitale è scritto che lo Spirito è centrale.

  • Gayenna

    Gayenna è isola e isolamento, fortino e carcere, dei confinati da giudizio. In Gayenna vengono reclusi o si recludono. Da Gayenna evadono o si rifiutano. Qualche volta si raccontano: siamo diversi perché noi stessi o perché no.

    Dove sono andate a finire le mille e mille e una notte?  Tutte, tutte, giacciono usate.

    Fammi ascoltare il cuore! Digli che non taccia al cieco che ti percorre senza guida.

    Il sentimento che ci lega è la via dolorosa dove tu cadi sotto la tua storia. Come sempre ti alzo, scostando la memoria.

    E così, lo stregone ha detto che ti sono mamma e che se vuoi maturare ti devi liberare di me. Neanche un contadino deficiente oserebbe togliere il sostegno che regge un ramo al sole, ma, i dottori, che ne sanno dei campi e della terra!

    Alba quando ti vedo. Luce quando sorridi. Buongiorno, vita!

    Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso che non so più se faccio l’amore o la carità.

    Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, dieci risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

    Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

    Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, pianino gli passo una mano sul sedere: ci trovo rovine.

    Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. In genere del suo; più volte del mio.

    Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

    Questa sera le ave girano come pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti ivi per caso.

    Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere in mezzo al cammino, ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

    Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

    Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

    Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

    Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

    La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

    Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

    Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

    Sorride come mignotta il furbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

    E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso lieve come può stare la neve dentro un calore.

    Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

    Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza ma ha le pulci.

    s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance disperanza. (Disperanza è voluto)

    Te ne stavi sdraiato, bello come altre verità che ho amato te ne stavi sdraiato. Attorno a te l’aria si muoveva piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.

    Illuminato da una piccola piccola bugia nera è bello il giardino stasera .

    Nessun divino nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

    Tenero il giovane pakistano mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Gli rispondo che ha trovato il suo signore e spengo la luce: potrei arrossire.

    Fra le frasche di quasi ottobre e incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente: a parte la notte.

    Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Ed io pur sentendomi un po’ cretino passo la notte facendo l’indovino.

    Non perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

    Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

    Sei uscito, ma, incuriosito. Qualcosa t’è rimasto di noi. Forse il senso, di certo l’incompiuto.

    Ha appena lasciato la ragazza. Mi dice, sono venuto a fare un giro: è abitudine.

    Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

    Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

    Di te non scriverò. Sei stato felicità.

    Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

    Un bandito m’ha strizzato l’occhio (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto! Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia ma stupito ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore quando intruglia sesso con idee d’amore!

    Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi ma di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

    Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate e sulle fosse marmi e fiori secchi.

    Come un cieco t’ho percorso con le dita. Pensavo di vedere l’amante; ho visto la vita.

    Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

    Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano il silenzio.

    Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.

    Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

    Le guance hai fiorito di rosa anche alla brina e hai sciolto l’inverno come grano di sale.

    Farfalle le tue labbra. Sulle mie si sono posate giusto per riprendere il volo.

    Che palle, il Natale! In quanto parte lesa non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. A volta sulla scalinata maree di stelle. Gli alberi ai lati dei gradini stavano chini.

    Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono non di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: non siamo ciò che amiamo.

    l cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta uscendo.

    Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il discorso? Terra è il corso e noi anni di risposte ad affanni e nodi che non sciogli o forza che non cogli fra radici e verità.

    Suona, campanello! Dimmi se arriva il più bello! Non sia idea del solo cervello!

    Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

    Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da farti credere tuo.

    Oppongo resistenza alla luce che mi tira il braccio per voglia d’uscire perché aspetto una voce.

    Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

    Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

    Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto.

    L’acqua é caduta. La terra non l’ha raccolta.

    Mi fai sentire il bambino che davanti al primo pollo della sua vita non sa se può usare le mani.

    Medaglie al valore le macchie di vernice sul tuo torace.

    Amando l’amante ha cominciato ad amare: un altro.

    Scomoda la vita che ti dice che la carne é gratis ma il sangue no.

    E’ bello come un dio. Cancellalo notte: devo pur dormire.

    M’ha dato quello che é. Il resto altrove.

    Passa un piccolino pigiando pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena la catena.

    L’amante russa un pelo ed io guardo il cielo. Domani si sveglierà convinto d’ aver dato chissà che. Gli spegnerò l’ idea preparandogli il caffè.

    Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pane.

    Gli amori non hanno spine solo quando i roseti sono verdi.

    E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la sua madonna pellegrina. Mi piacerebbe illudermi ma già so che non sono la sua eroina.

    Scopro nel mio diavoletto una risata da bambino. Chi l’ avrebbe detto!

    A Mao Micin che m’ha lasciato: “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me fare in modo che non sia un senso che sterile si spoglia tra voglia e voglia.

    Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele ignoro.

    Non essere stanco della blanda pena perché a cena ti servirò quello che hai avanzato.

    I lampioni sembrano godere la fine delle foglie ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere é spazzatura.

    Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

    Giorno dopo giorno, aspettando un giorno.

    E’ arrivato il tempo delle foglie mi disse il tronco contando gli anelli.

    Lieve passo senza nostalgie. Sosterrà il mio riflesso anche l’acqua che viene.

    Il gattino che mi é passato vicino a pelo alzato mi ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto é andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

    Prendi un’idea d’amore e falla a tua immagine.

    Si può essere condannati ad amare? Sino che ti liberano perché uccidono la tua voglia, sì!

    Mi sei costato una caffettiera usata e una qualche posata. Le amiche staran dicendo che Vitaliano è ridotto proprio alla chincaglieria ma chi non osa un attimo di follia ha larga la foglia ma stretta la via.

    Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

    Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te se solo avessero composto la vita in tre.

    Chi sei tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

    Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

    Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

    Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

    Eri convinta che ti avesse rubato i soldi invece t’ha preso i giorni.

    Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

    Stasera ti ho visto, così! Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la carne.

    Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

    Zavorrato da fessi pensieri vado per altri sentieri.

    Principe cialtrone non eri, una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto che ho sbagliato sogno.

    La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta ma non la regge il cuore.

    Il sole attendo e lui non viene. M’ha mandato un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

    Il bianco ti avvolgeva come un’amante innamorato. Geloso ti ho spogliato e vestito a mio sonetto.

    Fra le mie braccia come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo russare finalmente tace!

    Come ho potuto volerti per più di un momento! Ma pensa a che trucchi ricorre la voglia! Come in fotografia ha sovrapposto la tua realtà sulla mia fantasia.

    Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato come una nutrice, poi, sono tornato ai miei ferri e ai miei ricordi.

    Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa che ad un qualsiasi condannato prima si da un pensiero d’amore.

    Non vi dev’essere stupore se roccia pare eppure frana! La natura può dolere per infinite vie e come crepa stare al cuore del più bianco fra i carrara.

    Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

    Nella stanza priva di presenze scopro che la sera ed il silenzio si aggirano senza senso fra i mobili.

    Pensieri stracciati, come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

    Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità)hai detto: beh! Che differenza c’è?

    Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

    Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere non potresti dirmi cosa cercavi?

    L’Aids è il giusto castigo con il quale Dio separando i buoni dai cattivi renderà i primi tutti eguali.

    Ti so’ affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi svogliato.

    Sei arrivato tu a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

    Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

    Solo il gatto si è svegliato al mio bussare. Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

    Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

    E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento ma tu rifiuti i canti di sirena. Zittendo la voce che ti chiama stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio ti sentirai il bambino che marinava la scuola.

    Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto inconscio. Con che fatica invece io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto e tu vai ad amare.

    Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo, ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente, se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

    Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto al cuore.

    E così non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

    Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo. Il cuore, però, ora si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite questioni.

    Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

    Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

    Tacciono foglie d’autunno.

    Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne faccio il buon viso. Ora sono qui su di una nuvoletta. Alcolica direte ma giudicando di fretta. Certo è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma con la serietà che si deve a dei passi su la neve.

    Tra l’essere ed il vivere c’è la presenza di una forza la cui origine rende tutto inferma marea.

    Signore! Tu che hai svolto il bianco ed il nero e ne hai fatto virtù d’amore come faccio a dirgli che la vita, in verità, è un pasticcio bicolore?

    Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti – non è immagine un po’ vecchia? – Eppure, com’è che non muore?

    Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

    Perchè sospetti d’avere sprecato un giorno se non sapevi cosa ti aspettavi da quello passato ne cosa ti riserverà quello che viene?

    Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

    A sera mi posi la testa sul petto. Poche parole scambiate a sussurro come ultimi raggi confondono il cielo e la terra.

    Se il futuro è scuro, rinascere è futuro.

    Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo respiro finalmente tace.

    Mi sorpassa in bici un giovane arabo. Ha il sedere pressoché scoperto. Si gira. Mi guarda. Ride. Tanto doveva bastarmi.

    Nessuna libertà è più grande di quella che sola si nutre dei suoni del cuore.

    Mi cullo d’infinito e di vivido pathos e come un maroso schiumante di vita mi verso alla riva.

    Apri la carne come il fattore la terra, il pescatore la cozza, lo scultore la pietra. Tratta la vena scoperta come una madre il bambino.

    Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa che ad un qualsiasi condannato prima sì da un pensiero d’amore.

    Il bianco t’avvolgeva come un amante innamorato. Geloso ti ho spogliato e rivestito a mio sonetto.

    Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto inconscio. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Non è per l’età o per la diversità come può sembrare, e che io sto, e tu vai ad amare.

    Stai, sull’erba del parco, come natura divina, apparsa per mio desiderio a placare la terra.

    Sei tornato. Il viaggio sul nero è finito. La norma ti ha avvinto come ancora e forca.

    Calda, la tua forma si crogiola nel tempo che si è fermato accanto ad ogni tuo sospiro.

    Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi piuttosto, che ho sbagliato sogno.

    Mi sei apparso nella mente, appoggiato mollemente su due righe da niente.

    Alla sera mi metti la testa sul petto. Poche parole scambiate a sussurro come ultimi raggi confondono il cielo e la terra.

    Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece vieni, vai, e non mi vedi.

    Quieto e tranquillo lo spirito mio a larghi moti si espande senza confini

    Hai smesso di russare. Ora non ci lega neanche il fastidio di starti a sentire.

    Come rubare il gioiello al mio re, se questi ora sta, angelo caduto, russando sul letto?

    Quando ti deciderai a staccare la presa dal seggiolone, sarai la scelte che farai.

    Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

    Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho scialato una fortuna in parole e ti ho tentato con tutte le mie rime. Niente! Ti direi evanescente se non t’avessi visto baciare un amico dietro una tenda.

    Ti dissi: attento, c’è la polizia! L’originalità, si sa, è al servizio dei poeti ma, in verità, a te bastò un po’ di scuro.

    In te c’è la pienezza del gatto che ronfa pigiando il cuscino sul letto mentre ti accosti alla notte senza timore.

    Nuda l’anima è dentro la tua pelle e senza impicci abbraccia d’ogni tua forma la più pulita bellezza.

    Anche oggi il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

    Non ho capito bene cosa fai nella vita. Ad ascoltarti sembra che tu sia sceso quaggiù per grazia divina!

    Aspetterò salire i pensieri, dal profondo come bolle.

    Mi adagio come un’onda che non vuole ritrarsi priva di qualcosa.

    Anche stasera sei qui: infinito respiro fra un bacio e l’altro.

    Ti ho persino pensato prigioniero di un falchetto rapace. Invece ti eri nascosto davanti uno specchio.

    Signore! Se avessi fatto la saggezza piena di muscoli ora canterei le tue meraviglie e lui canterebbe le mie, non quelle dell’imbecille che me lo ha sedotto con i suoi capelli, con i suoi foulard, con i suoi vent’anni.

    Da giorni sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

    Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te se solo non avessero diviso la vita a metà.

    Poseranno i pensieri le loro armature e come guerrieri staranno a contare i rimasti.

    Ti ho circuito, accompagnato, sconsigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato come una nutrice, poi, sono tornato ai miei ferri, e ai mie ricordi.

    A scoperchiare la mia tranquillità, sei giunto tu. Come un notturno sorpreso dalla luce ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

    Mi hai detto – no – Senza curarti se morirò, per sere e sere.

    Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

    Ovunque vada sei sovraimpresso su ogni cosa ma nullo diventi appena oso fissarti dentro di me.

    L’attesa di te è fatta d’attimi, lunghi come momenti d’apnea dove appesi ad un fluido dubbio la mente vacilla e la vita si placca di scuro.

    Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, come nei carciofi sono giunto al cuore.

    Abbiamo considerato le cose taciute ed abbiamo capito che il meretricio è il tarlo che lascia intatto di fuori quanto ha reso cave.

    Sotto la tranquillità si erge l’istinto. A nulla vale il libro o la penna. Il pensiero è altrove.

    Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così?

    Stasera l’anima mia si è presa un attimo di fiato, ma lo stesso sta, avvinghiata su di sé, come un pugile alle corde.

    Mi sarei portato al tuo fianco e un po’ come Virgilio t’avrei condotto attraverso la vita.

    Quello che avrebbe potuto non sarà. La storia spargerà sale sulle fondamenta e nulla saprà d’antico nei sogni.

    Dalle pene pulirti. Fra le braccia tenerti. Con inediti sussurri lenire i sospiri ai tuoi sonni. Vederti dormire di nuovo bambino.

    Il mio spirito naviga libero per mondi diversi come barca ancorata alla tua scogliera.

    Sapevi che non era per te il tremore che mi ha invaso. Ne per te le tenerezze, ma lo stesso mi hai fatto sentire sulla terra.

    La nullità che scopro sotto la tua crosta mi fa ritrarre, impotente, davanti la profondità del male.

    Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati ma non ci sono cascato sapete, ed ho riso, all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia, di un bucaniere sulla moto

    Hai trovato una donna d’accatto. Non è facile dire – sii felice – quando si vorrebbe urlare le storture della vita che hanno fatto di noi tre cose così.

    Il cordone che ci lega vibra delle tue impennate. Basterà la vita a fermarle?

    Ho piegato la tua vita ai miei voleri. Maligna e breve sensazione di vittoria, a suo tempo condivisa anche da Pirro.

    Ho tentato con la bocca la tua ma ti sei rifiutato. Hai detto che non senti il momento ma forse è diversa l’età.

    Non posso sognare soldi sull’unghia orizzonti più vasti per il mio sentimento.

    Prima mi hai elevato e dopo avermi illuso mi hai buttat giù. Anima che resti, crederai ancora agli angeli quando hanno vent’anni?

    L’azione che completa il principio del piacere avrebbe fatto di te un servo, la realtà, un sogno.

    Non più come un navigante che si duole perso. Ora, posso gridare – terra ! – perché all’orizzonte ho intravisto che forse mi ami.

    Hai ceduto ogni mio atto in cambio di schifezze. Cosa dirai al paradiso che ti avrà escluso malgrado me?

    Hai svilito ogni funzione e come un parassita hai tolto sangue ai sogni a venire.

    Se potessi trovare il sistema di fare di te un uomo, chiara diverrebbe la mia e la tua funzione, invece, è calcificata natività.

    Il sentimento che ci lega è una via dolorosa, dove cadrai sotto ogni storia, ed io ti alzerò sino all’ultima croce.

    Sono passate le nove e non sei arrivato. Ora so quanto tempo ci vuole per lasciare il cielo e scendere a terra.

    Solo come un pianto, sei nella mia mente, necessità e farsa.

    Ora che mi hai rivelato come l’anima tua stia solo avida sulla mia, capirai l’ira del deluso che ti ha cacciato dal ventre suo, per non averti più, errore amato dentro se?

    Il cielo non si è mai coniugato alla terra. Altri cieli ed altra terra subito dopo.

    Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterle a nudo! Ma il cuore ora si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

    Abbiamo riso come scemi! Il cuore scuserà la tua giovinezza e le mie bugie.

    Quale impiccio il sesso l’età, gli schemi. Vorrei averti invece, angelo secondo concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

    Ti sia reso grazie, per avere a Bacco, adulterato da trite vinacce, per qualche tempo, illuso il palato.

    Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

    Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

    Cosa significa essere amati per te? Niente! Indolente passi per ogni nervo della vita ed ogni cellula schiacci sotto il calcagno.

    Per te ho rimosso la verità su altro fronte ed ho commesso lo stupido delitto di tacere per misericordia.

    Potrei guarire l’anima, se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita che hanno giocato allo stadio?

    Censori e brava gente: lasciatemi pensare sia per niente, la sua testa nella mia mente.

    Ho capito con te che alla vita non si mente, e che un uomo non mi è amante sufficiente, se non ha un peccato decente, col quale lottare.

    Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me.

    Ti sento nella pelle come un feto che picchia sui miei sentimenti, se alla vita consenti, (e, all’amante), solo ansia senza sorte al respiro.

    Se la vita ti ha mancato: fede! E’ scritto: consolerò gli afflitti, darò ragione ai giusti.

    Quando ti sveglierai sbadiglierai ai miei contatti, eppure, prigioniero.

    Ne ho piene le borse di tutte le anime perse che filano pianti e cose sbagliate!

    Assieme è finito l’arcano, per cui, da lontano, eri.

    Illuso che non ha visto quello che sono stato: un pianeta conosciuto alle tue carte.

    Attenti a voi, anime reiette! Tempi sono da cavallette perchè il sesso è uno strale del divino temporale! Dice il cardinale che tutto sa sul male: quale unica morale vi sostenga castità, perchè, neanche santa trinità vi salverà dal disonore di finire per amore o d’ecclesiale carità.

    Spicciole risate costringono la festa per strade forzate che vanno a bacini riempiti da tempo solamente a gocce.

    Io sorrido tu sorridi noi sorridiamo. E’ una voce che del verbo avere sta come i cavoli con le pere, pure, mistero o parodia, nella vita che gioiamo ci lega fingere la strada, trascurare l’uscita.

    Natale, Natale, Natale! Melassa di festa fra le braccia allontano come amante tedioso. La semplicità d’una messa vorrei, e null’altro che te. Intanto, un silenzio da fiocchi di carta, lede, mio incanto, ogni sogno alla terra.

    Il tempo rinnega pietà per ogni rinuncia in età.

    Mi è stato amaro zittire l’ardire ai campi e nel contempo salvar virtuosa, un’idea che forse posa, a castità.

    Non vi dev’essere mai stupore se – roccia pare eppure frana! – La natura può dolere per infinite vie e come crepa stare al cuore del più saldo fra gli amanti.

    Irritato all’idea che l’anima mia ti sembri un pianto dirotto t’avrei detto quanto sono felice e di come ho goduto  dello spettacolo che eri diventato.

    Ti so affamato, ma lo stesso, l’anima mia cincischi, svogliato.

    Prefica gentile la mia anima consola ogni onda che la riva annulla poi, soddisfatta, s’appaga di tepore.

    Lamenti incurante di avere vinto pose morte.

    Stretta la foglia, larga la via, la tua età è una idea, con qualche follia.

    Fra le mie braccia come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace il tuo respiro finalmente tace.

    Caso volle l’altro assente, così delicatamente, confondemmo poco niente.

    Sai cosa ci separa dal sopperire l’età con la parola amato! Solo un po’ di prato.

    M’angoscia, vedere la tua figura ridotta, caduta, svilita falsa, pestata, bevuta, truccata, nuda alla moda. Come vorrei rifarti secondo l’immagine dell’idea pulita che ancora non ero.

    Vivere o sognare? Se mi sdegni, sognare!

    Sei passato dentro la mia vita, con un’occhiata data di sfuggita, alle mie emozioni.

    Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

    Non permetterti il lussuoso vizio di essere a vanvera te stesso. Troppo tardi potresti capire che prima ti hanno spogliato e poi finito.

    Come frutto di magia sei sorto dalla mia filosofia.

    La morale dell’oro è nella pelle dei servi.

    Scorre il senso davanti i tuoi occhi. La recita ti appare ancora prima di ricominciare.

    Come ho potuto amarti più di un momento! Ma pensa a che trucchi ricorre la voglia! Ha sovrapposto, come in fotografia, la tua realtà alla mia fantasia.

    Voglio tenere tutti i miei rami. Anche i secchi. La vita saprà cosa farsene.

    Apri la carne come il fattore la terra, come il pescatore la cozza, lo scultore la pietra. Tratta la vena scoperta come una madre il bambino.

    Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

    Ho preferito fermare la sterile voglia che ti avrebbe spogliato dietro la casa. Mi sono limitato a covarti come una chioccia.

    Pensieri sfogliati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

    La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta, tuttavia, non la regge il cuore.

    Sono stanco di compromessi. Sono stanco di questi amanti da poco che pure hanno l’arte di impastoiarti ai marciapiedi. Imparerò a dividere l’essere mio anche in mille parti se costretto. Metterò fra me e loro, parte dopo parte a separarli. Nell’ultima metterò il meglio di quello che avrò avanzato, e lì riposerò in pace.

    Rincasando nella stanza priva di presenze scoprire la sera ed il silenzio aggirarsi senza senso fra i mobili.

    Era così bella commedia il credere alla facoltà d’amarti da bastarmi quella.

    Ti vedrò fiorire. Nulla c’è stato concesso per farlo assieme.

    Nel tuo sorriso si perde ogni volo, ed è pura tenerezza, l’orizzonte e la meta.

    Corteo di ricordi e d’immagini passate si accavallano nella mente. Distolgono il mio sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

    E’ arrivata portata dalla sera la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta della stanza nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

    E’ passato il tempo, levando a ciascuno di noi, qualcosa che parrà, restituire attraverso altri.

    Tutto al confronto smette di sussistere. La realtà che credevamo essere roccia, frana.

    Quando non c’è che silenzio è meglio spegnere la luce, e lasciare ai sogni il compito gravoso di dipanare matasse.

    Vorrei adornare di stelle le cose che non ho. Vorrei adornare di stelle le cose che non ho piene di stelle. Vorrei adornare di stelle, delle piccole stelle.

    Qualche volta sento sospirare in fondo uno spirito folletto che ancora non si è convinto che è arrivato il momento di tacere.

    Il sole attendo ma non viene. Al suo posto m’ha mandato un pianto sospeso a mezz’aria.

    Ti avevo affermato che non scrivevo più! Non è vero. Tutto torna a fiorire Non appena la vita mi bagna.

    Si erge l’altra immagine di te. E’ un sipario che sale lentamente su una storia senza gente che la vive.

    C’è stato un momento nel quale non c’era più niente fra noi, poi, ti sei rimessa la pelliccia.

    L’una! Bene o male la notte dorme fra le braccia di qualcuno.

    Fra la voglia d’amore e la vergogna d’amare non posso non vedere la tua giovane età.

    Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

    Giorno dopo giorno, aspettando un giorno.

    Ci crederei, se non avessi visto ridere i tuoi occhi, e la bocca parlare d’altro.

    Solo il gatto si è svegliato al mio bussare. Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

    Nei tuoi confronti la ragione è un soffio che dissolve delle bolle di sapone.

    Nei miei occhi ti adagerai specchiandoti, e ne studierai l’effetto.

    Non dirò niente di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

    Mi sono tuffato dentro i tuoi occhi. Le tue labbra sembravano rive che si allontanavano sempre di più, mentre tu ridevi, ed io affogavo.

    Verrà il tempo nel quale dirai le solite cose, non dimentico di avere detto ad altri le stesse cose. Verrà il tempo nel quale ti infervorerai poter convincere l’amato che – solo lui! – Verrà il tempo nel quale ti accorgerai che il tuo principe è un uomo e che anche tu lo sei.

    Quando ti accorgerai che l’amore assumerà le sembianti di un sogno infantile e che nella sua rivelazione travolgerà le ultime tue difese dove ti aggrapperai se nulla ti reggerà? E se l’amore nonostante tutto, infierisse ancora, che farai? Ti rivolgerai ad una penna affinché questa come pala svuoti la tua vescica, o ti attaccherai ad una trave di carta, e ne farai una commedia?

    Hanno voluto vedere come era fatto il mio amore. Me l’hanno ridotto ad un santostefano d’avanzi.

    Se tu sapessi, ahimè, quanto disturba amor, se nel dichiararne tanto, devo pensare soprattutto al franco.

    E’ mezzora che ti sto predicando – i soldi hanno grande importanza! – Tu mi dici – i soldi verranno! – e intanto m’inviti all’amore.

    Sbrigliatevi, sensi! Fatemi vivere l’amore come prima, per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco, indifferente a tutto questo.

    Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco, invece, neanche un filo di inchiostro ti ferma accanto.

    Si può dire ad un cieco com’è fatto un pino? Si può dire ad un cieco di un verde che non sia solo nero? E, come gli si può dire se non vi è stato niente che ricordi a quello l’odore di una baca ne di alcun’altra sensazione mai divisa con alcuno sotto un pino? Si può dire ad uno di una storia chiamata amore e sperare che ne voglia? Come, se non vede, o non sente, o se mente?

    Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto tu abbia potuto tanto. So solo che quando ti penso, sei lì nel farmi male.

    Hai mai visto una rosa aggrappata allo stelo nonostante la stanchezza evidente? Così tu, così io.

    Sono stato come biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora, sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

    Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati ma, non ci sono cascato perché ho riso all’idea di me Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

    Per il sottotitolo mi sono appoggiato al Suonatore Jones di Edgar Lee Master. Probabilmente ci sono delle doppie ma non riesco a toglierle perché la memoria non mi aiuta. Non faccio in tempo ad andare ad una riga successiva, infatti, che già non ricordo lo scritto che dovevo verificare. Devo proprio lasciare tutto come sta.

     

  • Quella versione

    Quella versione è più estesa di questa. Non la posso più correggere o al caso modificare perché l’accesso è bloccato a causa del mancato abbonamento. Avevo scelto di farlo scadere per vedere cosa succedeva ai siti dopo di me. Per come ho provveduto penso di aver allungato i tempi della loro presenza in rete. Che sarà sarà oltre a quello che ho potuto!

  • Accademia Vita

    La consapevolezza è lo specchio

    in cui il cuore contempla la sua attività. (Piers Antony)

    Non ricordo quando ho iniziato a concepire questo progetto di un recupero culturale che non tocca solamente la tossicodipendenza. Secondo la datazione di questo Index è stato nel 2002. Le restanti pagine, invece, sono datate 2006. I casi sono due: nel 2006 ho sbagliato a scrivere la data su l’Index, oppure l’ho iniziato alla data dell’Index e rivisto nella stesura ultima nel 2006 ma definitivamente ultimata nel 2008 da altri collegamenti che vedo. Comunque stiano le cose, come bozza è nato e come bozza è rimasto; forse perché, come struttura ideologica di una comunità secondo me, è risultato troppo secondo me a chi l’ho proposto per una verifica. Ci sono anche altri motivi ma ci stendo un pio velo. Almeno per ora. Nonostante gli anni e le possibili ingenuità, tutt’ora non mi pare male, così, nella versione 2013 lo ripropongo pari – pari; grafica a parte che ho cambiato nel 2015.

    Antefatto

     Al Dottor Giovanni S.

    Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre la debolezza è lo stato del dopo. Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi. Per farlo dovrebbe convertire, (per elaborazione da mediazione), il suo indirizzo psichico. Non lo può fare per due prevalenti idee di forza: quella dell’idea di sé come forza, e quella della droga: sostanza che afferma l’idea, coprendo chimicamente e consolando psichicamente i dubbi sulla soggettiva forza. Per questo la roba è “madre”. E’ donna, invece, perché accoglie il “tossico” in un assoluto abbraccio. “Puttana”, invece, lo diventa tanto quanto, (o quando), quell’abbraccio si rivela di scadente presa, oppure, tanto quanto, (o quando), i costi si rivelano sempre più onerosi, e, le conseguenze, sempre più pesanti. Il fatto che la droga distrugga un vivere, è un concetto culturale, quindi, in sottordine come la ragione rispetto alla passione: altro concetto che appartiene alla vitalità. Quale considerazioni trarre da tutto questo? Non lo si chieda a me. Non sono mica un professore americano! Da lavapiatti italiano, ho solamente notato che nei tossicodipendenti, la vitalità fisica è preponderante rispetto alla vita culturale a – specifica, quindi, non ho potuto non trarre che una considerazione: l’indirizzo esistenziale della loro Cultura, è determinato dalla loro Natura, pertanto, elaborando e fortificando la loro Natura, si dovrebbe metterli nella condizione di aver di che paritariamente relazionare, vuoi con altra Cultura, (personale e/o sociale), vuoi con altra Natura. In soldoni: fortificando l’amor proprio con forti dosaggi di coscienza sulla forza fisica si potrebbe dar di che contrastare i dubbi sulla forza dell’identità individuale – sociale, o, quanto meno, dar di che compensare la sofferenza psichica conseguente ad un disadattamento di non semplice o complessa individuazione. Se le parlo di forza ma non di spirito è perché fra i dottori non si usa. Come non la trattengo più sullo spirito, mi auguro che gli psicologi non la trattengano più con discorsi sulla mente: continuano a sbagliare muscolo! Tanto più, se extra Comunitario

    INTANTO CHE VAI MEDITANDO

    Intanto che vai meditando sull’antefatto, ti mando sta “roba”. Quando la smetterò di avere visioni che non so da che parte realizzare?! Comunque sia, se questa idea ti pare più di la che di qua, fammi il favore di dirmelo. Ho scelto “Vita” come nome dell’Accademia, perché la globale materia di studio sarà la vita. L’uccello che ti spaccio come Gru, potrebbe essere un Airone, o chissà quale altro volatile. Ai dettagli ci penserò quando mi dirai se ne vale la pena. Valendone la pena, fammi le tue domande ed avrai le mie risposte. Stammi bene.

    SECONDO ME

    Secondo me questo progetto è incompleto perché è come un appartamento semi arredato: se ti interessa abitarlo, è chiaro che dovrai arredarlo secondo te. Avendone l’intenzione, basterà porre in relazione la scienza, (tua), con la poetica: mia.

    HO SAPUTO

    Ho saputo che l’uso terapeutico della ginnastica è comune in molte comunità, ma non so quali significati danno a cotanto sudare. Per poter affermar Narciso? Prima, durante, o dopo averlo colto sul fatto, o meglio, sul fattaccio? L’idea de sto’ ambaradan potrebbe non essere nuova. Tutt’al più, potrebbe può esserlo il modo, se finalizzato a nuovo fine. Uso il dubitativo “potrebbe”, perché non è la prima volta che invento l’ombrello. A proposito di ombrello! C’è qualche altro insegnamento per il detenuto oltre a quello che da la stessa galera? Ebbene, pur con tutte le sue ignoranze, questo progetto ha di che diventare una scuola alternativa a quella. Se proprio inefficace come scuola, può essere pur sempre un più fruttuoso contenimento; se non altro, perché diversamente motivante.

    GLI SCOPI DELL’ACCADEMIA

    L’Accademia Vita si propone lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa. Non tanto secondo coscienza, (buco nero e/o pozzo senza fondo) ma secondo il grado della sua forza.

    Con altre parole:

     nella forza naturale, è ciò che il suo Corpo può;

    nella forza emozionale è ciò che il suo Spirito sente; <> nella forza Culturale è ciò che sa perché può e sente.

    L’IMMAGINE

    Per  confermare di maggior segno il Corsista e il grado del Corso ho sentito il bisogno di avere un’immagine carismatica consona all’Accademia e alle sue intenzioni. Ho scelto l’immagine della Gru.

    La Gru è il simbolo di chi reca i valori della vita perché e’ considerata la “Cavalcatura degli Immortali”.

    Sono immortali i principi della vita:

    il bene per la Natura

     il vero per la Cultura <> il giusto per lo Spirito

    I PRINCIPI DELL’ALLEANZA

    Fra il signor T. C. Sempronio e l’Accademia Vita si stipula quanto segue…

     Premesso che l’Accademia Vita si prefigge lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa;

    Premessi i mezzi che si riveleranno più idonei;

    Premesso l’accettazione del dolore come via della verifica di sé;

    Premesso che la somministrazione della fatica fisica e del dolore culturale hanno il solo scopo di permettere una più ampia visione di sé;

    Premesso che l’Accademia agisce per amore della Persona anche quando sembra disprezzare la sua vita,

    Punto Primo

    Il Corsista delega all’Accademia il compito di rivedere la sua Persona.

    Punto Secondo

    Il Corsista accetterà la direzione dell’Accademia e/o dei suoi Delegati anche quando il fine non gli risulta immediatamente chiaro.

    Punto Terzo

    Il Punto Secondo non implica che il Corsista debba essere prono nei confronti di ogni arbitrio, bensì, implica che il Corsista debba accettare la Ragione dell’Accademia, con fiducia.

    Punto Quarto

    La fiducia che l’Accademia e/o i suoi Delegati chiedono al Corsista è la stessa che un Minore ha verso un Maggiore, che un Alunno ha verso un Maestro, che un Figlio ha verso il Padre.

    Punto Quinto

    Onde essere il Maggiore che è, il Maestro di sé, e il Padre della vita che sarà, il Corsista deve tornare bambino.

    Punto Sesto

    Il Corsista che non troverà in sé questa forza, vanificherà le intenzioni di questa Scuola. In tale accadimento, il Corsista comunicherà all’Accademia le sue decisioni. L’Accaemia ne prenderà atto.

    Punto Settimo

    Per quanto letto e accettato, il Corsista si atterrà a quanto d’altro gli verrà comunicato. 

    SUL TIPO DI ISTRUZIONE

    Per giungere al fine di porre una vita di fronte a sé stessa, l’Accademia si avvarrà di tre convergenti vie: La Naturale, la Culturale, la Spirituale. La via Naturale comprenderà un attività fisica non esente da considerazioni culturali, psicologiche, e quanto di necessario si rivelasse; la via Culturale comprenderà tutto ciò che favorirà il rapporto di collocamento della storia personale nella storia collettiva; la via spirituale comprenderà le tecniche e le filosofie che educano il soggetto all’ascolto del sé: corrispondente unione fra la forza della vitalità naturale e della vita culturale.

    LINEE GUIDA IN ORDINE SPARSO

    Nella scuola dell’Accademia, l’essere deve essere dedotto dal fare. Allo scopo: analisi psicologica dei gesti, dei comportamenti, delle dinamiche singole e di gruppo, e quanto al fine. Per vedere se è fatto di mattoni o di pietra, il Corsista deve accettare di essere come un muro da scalcinare. Per quello scopo, i Corsisti devono sapere, da subito, che saranno provati fisicamente, e psicologicamente e culturalmente destrutturati. L’operazione della generale destrutturazione non deve recare dolore. Se motiverà della violenza, ciò vorrà dire che si starà destrutturando il Corsista oltre il suo limite di tolleranza. L’eventuale violenza non segnerà un errore del Corsista ma un errore del Consigliere che opera su quella vita. Qualora ci si trovi nella impossibilità di non recare dolore, sarà indispensabile premettere l’eventuale accadimento, onde dirigere le tensioni verso il fine che ci si prefigge: abbattere, ma, per ricostruire! Sarà necessario un Regolamento e un Manuale di Addestramento. L’Accademia si propone per bando. L’Ingresso andrà richiesto al “Consiglio di Auto – Recupero. Il Consiglio è la Commissione che valuta la richiesta come il Richiedente. Il suo giudizio è insindacabile. La Commissione sarà composta da i tre generi di Istruttore. Nelle Accademie militati ci si prefigge lo scopo di rendere corpo collettivo il corpo individuale. Nell’Accademia Vita, invece, dal corpo collettivo (il normale – convenzionale) si deve ricavare l’individuale. Il fondamentale compito dell’Istruttore, quindi, sarà quello di evidenziare la diversità, in quanto valore dell’unicità. Allo scopo: maieutica, maieutica, maieutica!

    LA TERAPIA SILENZIO

    Il silenzio è l’officina dove la mente lavora; è  la stanza dove riposa;  è il luogo dove risiede.

    Alla disciplina del corpo dovrà essere insegnata e applicata la disciplina del silenzio. La disciplina del silenzio, allenerà, il Corsista, a contenere le sue voci, le sue emozioni. Tanto più il Corsista imparerà a contenere le sue voci, e tanto più potrà contenere “la voce”: l’emozione che l’ha condotto alla “roba”: sia come sostanza che come stile di vita. In una vita comunitaria non è semplice trovare la stanza dove stare solamente con sé stessi. A questo scopo, il silenzio può diventare la stanza della personale privacy. Come sapere se il Corsista è in quella stanza, o non lo è? A mio avviso lo si può sapere se si da modo al Corsista di segnalarlo.

     Ad esempio:

    Divieto di parola stabilito dal’Accademia o scelto dal Corsista con il segno rosso;

    Permesso di parola stabilito dal’Accademia o scelto dal Corsista con il segno verde;

    Scelto dell’Accademia o dal Corsista, permesso di parola per contingenti necessità.

    Onde favorire la costituzione della personale “stanza del silenzio”, il Corsista dovrà essere addestrato, non alla meditazione (pur sempre voce) ma all’assenza della meditazione, cioè, al vuoto mentale che è dato dall’assenza di ogni voce: è meno difficile di quello che si crede.

    ACCADEMIA – CORSISTA – MANIFESTAZIONI – NECESSITA’ SOCIALI

    Da porre in visibile e multifunzionale relazione. Gli interventi coordinati con la Protezione Civile, la Croce Rossa, e/o quanto di paritari significati non solo sono altre scuole pedagogiche ma anche ap – paganti capitali che compensano e provano i valori in acquisizione.

    SU L’ACCADEMIA

    Hai presente l’Accademia militare? Togli il militare ma lascia disciplina e addestramento fisico. Con quelli, un piano di cultura specifica o generale secondo il caso.

    IDENTIITA’ DELL’ACCADEMIA E DEL CORSISTA

     Il Corsista è quello che è: non senza definizione, non fuori da ogni definizione, ma, vita per definizione, cioè,

    Natura per quello che è

     Cultura per quello che sa <> Spirito per quello che sente

    REGOLAMENTO

    ?

    I GRADI DEL CORSO E DEL CORSISTA*

    Per chi inizia il corso: il primo quadro simbolizza una vita verso la meta: per chi inizia il corso;

    Il secondo simbolizza la vita che ha provato ed esaminato, lo stato e/o gli stati del suo Spirito ;

    Il terzo simbolizza la vita che ha provato ed esaminato, lo stato e/o gli stati del suo Spirito;

    Il quarto simbolizza la vita che ha verificato e provato la sua conoscenza.

    Il quinto simbolizza la vita che ha raggiunto sé stessa.

    Questi valutazioni saranno giornalmente riconosciute dai Corsisti e annualmente votate.

    SUL TIPI DI ISTRUTTORE

    In primo: il Consigliere che sa essere padre, (spirito determinante), ma non sa essere madre (spirito accogliente) è operatore non adatto all’Accademia Vita. Ai tre tipi di insegnamento devono corrispondere i tre tipi di istruttori:

    addestratore fisico con esperienza militare o paramilitare, o comunque fortemente sportiva;

    addestratore culturale: insegnante con preparazione umanistico – filosofica;

    addestratore mentale: psicologo capace di interpretare i simboli e le dinamiche che sono negli atti della preparazione fisica, quanto i simboli e le dinamiche che sorgono e/o si attuano nelle manifestazioni del fare.

    Nello svolgimento del compito consigliare,

    l’istruttore non deve mai dimenticare di essere “Accademia”, quindi, non artefice di educazione ma strumento. Ciò gli eviterà ogni personalizzazione e, quindi, il rifiuto della sua persona. L’Istruttore, inoltre, non deve dimenticare che è pagato e appagato per un compito, non, per un cottimo. Ciò per dire che deve produrre vita, non, merci. L’opera di destrutturazione di una identità,(spoliazione naturale, per conversione culturale e spirituale), è un’azione comunque dolorosa. Contro quel necessario dolore vi è è un solo anestetico: la con – passione. Per con – passione non si intende un atteggiamento pietistico più o meno cristiano e/o più o meno religioso, ma la sentimentale con – divisione, dell’esperienza che tutti abbiamo provato: la fatica di crescere. Nel ricordo di quella fatica accumunati, nessuno può dirsi più capace di altri, tutt’al più, di averla superata, in senso cronologico, prima di altri. Il ricordo di quella fatica è il peso che bilancia il piatto che porta l’orgoglio di aver superato quella fatica. A questo punto, la com – passione che si chiede al Consigliere, altro non è che una disponibilità di spirito verso la giustizia.

    DIVISA: ABITO ESTERIORE CHE COAUDIOVA L’ABITO CULTURALE

    Come divisa di ordinanza vedrei bene quella dell’aviazione. Sopratutto per il colore. Su quella base, se il colore fosse più intenso, tanto meglio. Sua nella divisa di ordinanza che in quella fuori ordinanza, il cappello dovrebbe essere a “bustina”.  Per le manifestazioni ufficiali e/o di gala, non vedrei male un mantello del colore della divisa e un cappello di quelli da matricola universitaria. La forma di quel cappello, mi ricorda il capo della Gru.

    LA BANDIERA

    il bianco simbolizza la verità. Il giallo simbolizza l’amore.

    Per i significati indicati dai colori, la bandiera dice che per giungere all’amore personale e sociale, non si può non partire dalla nostra verità; punto di avvio, per quell’ulteriore e volontario viaggio che è la ricerca della vita nella Verità, quindi, bianco, giallo, bianco.

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  • Determinazione ed Accoglienza: a padre A.B.

    I PRINCIPI CULTURALI E SPIRITUALI DEL CARATTERE MASCHILE E FEMMINILE DELLO SPIRITO DELLA VITA

    Come la vita e stato di infiniti stato così è stato di infiniti stati anche il carattere dello spirito maschile e femminile. Ciò forma e conferma infinite individualità.

    A padre ALDO BERGAMASCHI ex Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona.

    Avevo comunicato questo lavoro a Bergamaschi perché all’apertura dell’Accademico (non mi ricordo di quale anno) si dimostrò (parlando di Principato e di Religione) senza peli sulla lingua! Questo me lo fece parecchio vicino. Il Principato e la Religione lo fecero tornare in Convento. Da nessuna parte resero noto di chi fu quella quella decisione.

    Lettera vecchissima. L’ho scritta quando ero ancora emozionalmente travolto quando non stravolto da confusioni e rivelazioni. Dovrei rivederla ma non ho più il fiato di allora. Lascio tutto come sta.

    Liberata la ragione dalla millenaria Cultura che in diverso modo dice la Genesi della vita, comunque, posso chiamare Adamo (“nato dalla terra” dall’ebraico Adamah) anche il solo primo stato maschile della vita originata e chiamare Eva (“la Madre dei viventi”) anche il solo primo stato femminile. Non solo: riferendomi ad uno stato di vita e non ad una data Persona (e, dunque, razza) comunque posso accettare qualsiasi nome maschile e femminile con i quali qualsiasi Cultura di qualsiasi popolo nomina i precursori della sua specie. Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che, sia della vita maschile che della femminile, il loro primo stato sia il naturale.

    Dal momento che un contenuto culturale individuale non può sorgere da un contenitore estraneo al suo stato, ne consegue che la Natura del dato stato è via della sua Cultura. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale. Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura, o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura. Il principio della vita è corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito non solo nello stato maschile e femminile della vita maschile e femminile. ma, necessariamente, anche fra di loro.

    Infatti, se non vi fosse integrazione fra i due stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine. Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita si evolse (come si evolve) secondo tre fasi: siccome in principio vi fu la Natura, in principio, l’unione fra gli stati della vita avvenne secondo le corrispondenze date dalla vita naturale: stato o persona che sia. Mano a mano avvenne la coscienza (luogo di ogni conoscenza) della vita naturale propria quanto altra, alla Cultura della Natura della vita (quella indicata dalla vita del corpo dello stato e/o persona che sia) seguì la Natura della sua Cultura, cioè, quella indicata dal corpo culturale (la mente) dei perseguenti la vita loro all’inizio e nell’evolversi della situazione personale e storica, della vita sociale.

    In ragione delle finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì quello spirituale; quello, cioè, della ricerca dei principi di vita e del Principio della stessa. Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato dello stato originato, necessariamente, ne ha Cultura. Quale? Ovviamente, quella della vita: corrispondenza di stati con quelli del Principio la dove i nostri, pur principiati, non si siano ancora formati al punto da essere coscienti di se.

    Quando si è coscienti di se? Questa è una domanda da infiniti miliardi tanto la risposta implicherebbe anche la conoscenza dell’infinitesimale. Limitandoci alle nostre dimensioni, direi che ogni stato di vita, avendo vita, necessariamente, ha la coscienza del suo stato. Dati gli stati della vita, la coscienza, ha tre stati di conoscenza. Nello stato naturale quella data dal sentire. Nello stato culturale quella data dal sapere. Nello stato della vita, quella data dalla forza dello Spirito della vita che si origina dalla relazione fra il sentire ed il sapere. Se non si può operare in modo di interrompere una vita (errore contro lo Spirito) si può opere in modo di interromperne uno stato? Anche questa è una domanda da infiniti miliardi.

    Dal momento che uno stato della vita ha vita tramite quella del Principio, direi che non si può interrompere nessun stato di vita se non interrompendo il suo rapporto sia con il suo principio che con il Principio. Al proposito, è legittimo sostenere le proprie opinioni sulla vita altra al punto da sottometterla a ciò che si pensa? Fermo restando il fatto che ognuno può sostenere ciò che crede, si da il caso di ricordare che lo Spirito, essendo la forza della vita sia dell’Universale che del Particolare, in tutti gli stati della vita non può non essere il sovrano di quegli stati. Da ciò ne consegue che ogni giudizio non può non essere che secondo sé. Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quella vita, il giudizio del personale Spirito si manifesta per mezzo delle emozioni che comunica alla vita a cui da forza.

    Se una vita sente la sua Natura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore (proprio o derivato da altra vita) contro quello stato; se una vita sente la sua Cultura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore (proprio o derivato da altra vita) contro quello stato; se una vita sente la pace, stato che subentra alla cessazione dei dissidi naturali, culturali e spirituali, allora, in ragione dello stato di pace, vi è misura di verità e, dunque, giustizia nel giudizio. Per ciò che si sente nella forza dello Spirito, allora, ognuno è in grado rispondere in proprio. Non potendo sapere per altri perché non si può sentire Spirito diverso dal proprio, da ciò ne consegue che nessuno è in grado di rispondere per altri.

    Ciò significa che non si possono fissare dei comuni principi? No. Ciò significa che i comuni principi che si fissano non possono impedire al personale spirito di esprimersi anche secondo la sua voce. L’atto dell’unione fra il maschile ed il femminile può anche avere molti stati e/o infinite manifestazioni, però, non può non avere che due tempi di azione. Nella prima, si determina con cosa, con chi e perché unirsi e nel secondo si accoglie cosa, chi ed i perché. Dal momento che il primo stato creato fu il naturale, va da se che, l’iniziale principio della determinazione della vita che è da protrarre (o da accogliere) è quello genitale. Lo è stato, il genitale, sia nel caso che il Principio abbia originato la prima figura maschile e femminile sia che abbia originato il primo stato maschile e femminile della vita.

    Non invalida ciò che credo, il fatto che non si sappia immaginare e/o non si sappia o possa conoscere la genialità naturale di origine; al punto, può esserlo anche un legame chimico che, comunque, nulla si toglie allo stato Originante. Secondo il principio naturale – genitale, la vita di Adamo (stato o persona che sia) determina la sua volontà penetrando la Natura della vita di Eva: stato o persona che sia. Adamo, può penetrare la Natura della vita di Eva se questa l’accoglie, ed Eva l’accoglie, ogni qualvolta vi è corrispondenza di motivazioni. In assenza della corrispondenza delle motivazioni fra la determinazione di Adamo e l’accoglienza di Eva, è ovvio che vi è violenza tanto quanto i fattori non si corrispondono.

    Se la penetrazione naturale fa di Adamo il maschio e la determinazione culturale ne fa l’Uomo, così l’accoglienza naturale fa femmina Eva e la determinazione data dalla volontà su ciò che è da accogliere dell’Uomo la fa Donna. L’Uomo (persona e/o stato della vita) penetra naturalmente e determina culturalmente e spiritualmente la vita che intende perseguire. La Donna (persona e/o stato della vita) accoglie naturalmente e, culturalmente e spiritualmente conserva ciò che ha determinato di perpetuare della vita di Adamo sia come stato, uomo o società. Secondo il suo principio (il naturale) se è vero che la Donna accoglie la vita che ha determinato di perpetuare, non di meno è vero che anche l’Uomo accoglie ciò che ha determinato di perpetuare.

    Infatti, se l’Uomo non accogliesse nella sua mente (utero delle informazioni culturali che penetrano il suo pensiero) ciò che ha deciso di perpetuare, da parte sua non vi sarebbe evoluzione culturale ma solo una continua proiezione della volontà della vita naturale: al punto, l’animale. Il principio di vita (maschile o femminile, stato o persona che sia) che emana la sua vita ma non accoglie ciò che ha emanato è come quello che pur avendo capacità di parola non ha quella dell’udito. Con altre parole, è come se pur avendo capacità di sapere (il bene della Cultura) non avesse quella del sentire: il bene della Natura. Se il principio che determina la vita non può non accogliere ciò che ha determinato, allora, nell’emanare la sua volontà la Natura della Cultura della sua vita non può essere che maschile, mentre, nell’accogliere ciò che ha determinato non può essere che femminile, ma, il Principio è vita: di per sé, né maschile e né femminile.

    Se data la forza dello Spirito, la vita è il principio che ne consegue e se la vita è corrispondenza degli stati della Determinazione e dell’Accoglienza in tutti gli stati della vita, allora ciò significa che al principio, come presso il Principio, lo Spirito è forza determinante quanto accogliente. Se lo Spirito è forza determinante quanto accogliente, allora cessa il primato maschile sulla vita femminile. Non per questo, però, cessa a favore del femminile ma ambedue cessano a favore del loro Spirito: nella reciproca corrispondenza di vita, forza data dalla vita della loro Cultura e della vitalità data dalla vita della loro Natura. Se è vero che vi è una netta divisione dei principi fra l’identità maschile (quella che determina di proiettare la vita) e la femminile (quella che determina di accoglierla) è altresì vero che vita è corrispondenza di stati.

    Allo scopo della vita, dunque, necessariamente, anche i principi dei rispettivi stati non possono non unirsi in uno stato nel quale ciò che è maschile (la determinazione) non può non avere anche del femminile (l’accoglienza) e ciò che è femminile (l’accoglienza) non può non avere anche del maschile: la determinazione. Dove si uniscono gli stati maschili e femminili della vita? Direi che i due stati si possono unire (nel senso di con – fondere la loro identità per acquisire quella della vita) nella reciproca forza che l’attua: lo Spirito. Data la forza dello Spirito, se il principio iniziatore della corrispondenza, fra il maschile con del femminile che è dell’Uomo ed il femminile con del maschile che è della Donna è la vita, ecco che, con – fusi nella e dalla reciproca forza, la comunione degli stati li fa diventare un unico principio, cioè, il corpo di un unico stato, con altre parole, di “un’unica carne”.

    In quello stato di unione, necessariamente, la rispettiva sessualità è in subordine (non certo per negazione e/o esclusione ma per elevazione degli scopi di vita) a quella data dalla corrispondenza fra il reciproco Spirito. Tanto quanto la naturale e culturale sessualità viene posta in subordine alla comune forza dello Spirito e tanto quanto la comune forza dello Spirito diventa la spirituale sessualità di chi è giunto a questo stato di elevata ed elevante comunione di intenti con il Principio della vita. Siccome la vita naturale si origina attraverso l’unione sessuale fra gli stati maschili e femminili della vita e siccome lo Spirito è il principio della forza che lo permette, allora, lo Spirito della vita è principio della vita anche dell’unione sessuale che si origina dalla corrispondenza fra i due caratteri della sessualità.

    Può una forza comunicare ciò che di sé stessa non è? Se non lo può (e non lo può) ciò significa che anche la vita dello Spirito ha carattere determinante e carattere accogliente; ed è questa forza “binario_unitaria” la sua “sessualità”. Quando la sessualità dello Spirito è forza determinante e forza accogliente, o con altro dire, maschile o femminile? Direi che è determinante quando origina una creazione, ed è accogliente, quando permette l’evoluzione di quanto ha determinato la sua forza.

    Apro una parentesi. Se la sessualità dello Spirito è data dai due caratteri della sua forza, così non può non essere per la sessualità degli spiriti, perché, pur nel rispettivo stato di vita (suprema forza nello Spirito, e a somiglianza negli spiriti) sono lo stesso stato di vita.

  • Transcultura

    Rivedo ancora la faccia del Dottor B. quando gli ho dato questo papiro stando alla porta dell’ufficio. Era la faccia di chi non capiva perché come quella di chi non sapeva se farmi entrare o no. Non fu per arroganza se non mi fece entrare. Non mi fece entrare perché trovò inutile far entrare un inutile: e nell’ambito tossicodipendenze lo ero pur non sapendo ancora quanto. D’altra parte, cosa mai potevo dire di nuovo ad uno psichiatra, io, che per via di studi e conoscenze  manco l’ombra! Di nuovo, al più potevo solo quanto mi dicevano le emozioni che avevano agito la mia storia sino a quell’uscio; e quelle gli diedi dopo averle composte secondo delle forme “scientifiche” che mi saltavano fuori dalla mente mentre scrivevo. Non gli chiesi mai cosa ne pensasse di cotanta scienza e B. non me lo disse. Letta l’introduzione penso che non sia andato oltre la terza riga del testo seguente 🙂 ma il sospetto non ha mai turbato i miei sonni: avevo fatto quello che dovevo fare e nulla dovevo raccogliere.

    ps. Non ricordavo di aver parlato della vita più che delle Tossicodipendenze in questo scritto.

    Sono anni che si sta dicendo in giro che se ha lasciato l’incarico al Sert lo si è dovuto al fatto di non avere altri mezzi per sfuggire alle mie spire, (pardon, lettere), ma dal momento che comunque la raggiungo, o ci deve essere chi semina maldicenze, o Marzana e troppo vicina a Verona! Comunque sia, “Cultura” è il prodotto esistenziale del viaggio di transizione dagli infiniti stati della conoscenza che è, a quella che segue.

    Se per fare una vita ci vuole una vita, direi che la Cultura è un viaggio che non finisce mai, pertanto, Cultura, in effetti, è Transcultura. La Transcultura, allora, è il ponte per mezzo del quale transita la Cultura.

    In ragione degli stati della vita, (Natura, Cultura e Spirito), la conoscenza Transculturale (anche sessuale) è stato che ha tre stati di viaggio : il naturale, il culturale e lo spirituale.

    In ragione della forza della vita (lo Spirito) che si origina dalla corrispondenza fra gli stati, i tre stati di viaggio convergono in un unica direzione: l’Identità. L’Identità personale è data dalla rapporto di corrispondenza fra i suoi stati: secondo la forza del suo Spirito, Natura che corrisponde con la sua Cultura. L’Identità sociale è data dalla corrispondenza fra l’Io soggettivo e quello collettivo di prevalenza.

    La corrispondenza di vita che Persona ha con se stessa e con l’ambito umano, sociale e storico in cui vive ( e che la forma quanto a sua volta forma ) la porta a ricevere vita naturale (emozioni nel corpo), culturale, (emozioni nella mente), e spirituale (emozioni di forza), anche oltre ciò che è del suo segno genitale. Per gli infiniti influssi che la compongono, la Personalità umana, dunque, è il mosaico dei dati emozionali che riceve e, comunicando, di_segna.

    Nei casi della comunione di vita conseguente alle corrispondenze fra valenze emozionali reciproche ma di segno naturale opposto vi è il gruppo sessuale detto ” Etero “. Nel Gruppo Etero vi sono Figure che corrispondono con la Natura, la Cultura e lo Spirito ( e, dunque, con la vita ) con la parte prescelta per il proprio completamento. Ve ne sono altre che vi corrispondono (al proprio completamento) con la Natura ma variamente con la Cultura e, dunque, nella reciproca vita lontane tanto quanto variamente corrispondenti. Altre ancora che vi corrispondono con la Cultura ma variamente con la Natura e, dunque, nella reciproca vita lontane tanto quanto variamente corrispondenti.

    L’area di lontananza per non corrispondenza di vita può essere una zona di vissuti (variamente espressi, contenuti o repressi) non conformi alla Regola che, o la Persona ha scelto di praticare o che il Sociale l’ha indotta a praticare. Nel Gruppo “etero” non sono vissuti conformi alla Regola sessuale che si è data quelli verso età e/o stati di vita non equamente corrispondenti a quelli di chi la prova. Fra le variamente espresse e/o represse e/o rimosse vi sono: la pulsione pedofila, la gerontofila, la necrofila, la feticista. Vi sono anche gusti e variegate fantasie in amare.

    Nei casi delle personalità variamente e/o diversamente corrispondenti al segno opposto quanto al simile, vi sono i casi di

    Omosessualità: prevalente comunione di vita con il simile al proprio segno genitale;

    Bisessualità: comunione di vita con diversi del proprio segno genitale ma anche con il simile;

    Transessualità: estremo ricongiungimento psichico e financo somatico con il segno di ideale corrispondenza culturale e sessuale;

    Travestimento: sul proprio sesso, sovrapposizione dell’abito (anche culturale ma non necessariamente di quello sessuale) dell’altro.

    Come l’Eterosessualità, l’Omosessualità è uno stato sessuale che ha moltissimi stati di vita. Fra i prevalenti: vi è quella che corrisponde con la Natura, con la Cultura e lo Spirito (e, dunque, con la vita) con la parte prescelta per il proprio completamento;

    vi è quella che corrisponde con la Natura simile (maschile e/o femminile che sia) ma non con la sua Cultura. Con altre parole, corrisponde con la figura maschile o femminile ma non con il pensare al maschile o al femminile simile al proprio segno. Ancora come l’Eterosessualità, anche l’Omosessualità ha comportamenti non ortodossi con la sua Regola. Fra i prevalenti vi è la Pedofilia. Anche nell’Omosessualità vi sono gusti e variegate fantasie in amare. Non so a Lei ma nell’amare Omosessuale non mi risultano i casi di Necrofilia (presenti nell’Eterosessualità) se non come un amare in sé o in altri da sé delle “morte” vitalità culturali e spirituali. Questo genere di Necrofilia, però, è presente in tutti i Gruppi sessuali tanto fa parte dei dolori del male: errori verso la vita.

    Indipendentemente dalla personalità sessuale di prevalente identità, coloro che corrispondono con la Cultura simile ma non con la simile Natura, formano un Gruppo che dico Omoculturale. Lo cito in ultimo ma non perché sia ultimo: in effetti è primo. Questo Gruppo è come se fosse l’insieme dei vasi capillari che pur non defluendo nelle vene di altre valenze sessuali oltre la propria (e ne in arterie di altre identità sessuali altre la propria) permettono il passaggio transculturale anche della vita oltre la propria.

    Ammesso il concetto di Transcultura e, dunque, dell’indefinibilità della vita (anche sessuale) se non come il prevalente stato di infiniti stati di vita del dato momento, ciò, ovviamente, implica che vi sino stati non prevalentemente conformati e, come tali, crescenti: é stato di infiniti stati anche la Crescita. I Crescenti, individualità che non hanno ancora definito il corrispondente carattere sessuale culturale e, dunque, neanche di vita, sono delle personalità sessuali che dico ” Esposte “. Gli “Esposti” (che pur sentendo vari ruoli non hanno sufficienti conferme culturali e, dunque, identità) sono come degli adottandi in attesa della famiglia (la Norma sessuale) in cui collocarsi. Non hanno sufficiente identità perché non sanno trovare la propria e ne la corrispondente?

    Non la trovano perché la loro è ancora transculturale, cioè, di passaggio?

    Non la trovano perché la Transcultura (anche sessuale) pur essendo la loro specifica condizione umana, non ha Regola culturale e sociale di riferimento?

    Non la trovano perché i concetti ” normali ” sulla sessualità gli impediscono di trovarla se non truffando vita, cioè, mentendo a se stessi e alla controparte: persona, famiglia o società che sia?

    Non la trovano perché non se ne comprende la Cultura e/o pur comprendendola intellettualmente la si riconosce solamente come “devianza” ?

    Ebbene, è una zona sessuale (quella degli Esposti) che non può non preoccupare. L’ignoranza di sé in cui generalmente li si lascia finisce per essere come la terra che copre, oltre che la loro vita, anche gli errori dei deputati a far conoscere.

    Porre chiarezza nella sessualità degli Esposti non può non implicarne l’accettazione: presa in carico culturale che, se non necessariamente significa condivisione personale, non per questo significa esclusione della manifestazione culturale della loro transizione sessuale.

    Della sessualità della vita si può dire che la Natura (il corpo  è macchina; la Cultura (la mente) è motore; lo Spirito (la forza) è carburante. Da ciò non si può non prendere atto che lo Spirito (la forza della vitalità naturale e della vita culturale  è trinitaria ed inscindibile parte del viaggio esistenziale della sessualità personale quanto e non di meno della Natura e/o della Cultura.

    Sia fra i segni naturali, culturali e spirituali simili al proprio segno genitale o diversi, come da quelli variamente corrispondenti o non, per l’influsso di forza data dallo Spirito alla vita (e, per corrispondenza di stati, che la vita da allo Spirito) ne deriva che tutti stati della vita (ivi comprese le emozioni sessuali, a loro volta stati di forza) contribuiscono alla ricerca e alla conformazione della personalità che dal periodo della transizione transculturale sfocerà in quella di prevalente scelta. Con altre parole è come se dicessi che l’influsso del tutto che è contribuisce a formare il tutto che sarà. Ciò significa che l’influsso dell’universale sul particolare comporrà una identità sessualmente promiscua? Certamente no.

    Essendo la vita corrispondenza di stati, direi che (in ragione dello stato delle corrispondenze fra i suoi stati) ) ad ordinare se stessa, ed in ciò a costituire la Norma, è la stessa sua vita. E’ la stessa sua vita perché dove non vi è corrispondenza fra gli stati la vita ha dolore: secondo infiniti stati di questo stato, male naturale e spirituale da errore culturale. Dall’affermazione ne consegue che, in ogni stato di vita il Bene naturale è via della Norma culturale (il Vero) che permette di raggiungere la spirituale, quella, cioè, del Giusto.

    Evidentemente esclusa da sotto i cavoli, la radice della Transcultura non può non essere che quella dei Generanti: famiglia, società e storia. Dato il rapporto di dipendenza dei Crescenti, quando i Generanti sono figure in molti modi e stati predominanti (nel senso che dominano ciò che influiscono secondo schemi emozionali non corrispondenti) non possono non influire del loro carattere (soperchiandola) la personalità di chi fanno crescere.

    Fra le prevaricate per l’eccesso di influsso dato dal soverchiamente di un carattere su l’altro, oltre che quelle che l’hanno subito e/o elaborato nelle “devianze” e/o nelle ignoranze, vi sono quelle che l’hanno rigettato. Se il rigetto del prevaricante influsso ha impedito l’acquisizione della forza del carattere dell’influente (ed in ciò ha “tutelato” il proprio) non per questo quella “salvezza” è stata indolore. Non è indolore quando, per rigettare l’influsso non corrispondente all’individuale sé, si giunge, in parte e/o in toto, a rifiutare parte e/o toto dei Generanti: famiglia o componenti, società o ceti, storia o momenti storici.

    Nel bene e nel male, il Generante rifiutato perché se ne rifiuta l’influsso è pur sempre amato. Lo è, perché nel bene e nel male e indipendentemente dallo stato parentale (famigliare, sociale e/o storico) presso la vita del Crescente è pur sempre la Figura di principio della nascita della conoscenza sia dell’amare naturale che dell’amore culturale e spirituale.

    Il rigetto dell’influsso della Figura prevalentemente determinante, quasi sempre costituisce una identità in dissidio con se stessa perché in dissidio con la Generante influente in eccesso.

    É un dissidio (la guerra fra l’amore e l’odio verso chi si ama ma che si rifiuta per eccesso d’influsso) che (coscientemente o incoscientemente che sia) tarla di dubbi la condizione sessuale che comunque non può non essersi costituita.

    Non solo. Il dubbio da cui consegue l’incertezza di sé, può rendere la persona ostile (anche sino alla violenza più estrema o contro se o contro altra da se) verso chi (volontariamente quanto involontariamente) porta verso la superficie di quell’identità le tensioni sessuali che presso le persone in questione sono motivo di dolore culturale e spirituale. Alla stregua dei naturali, quando i dolori culturali e spirituali non hanno chiare risposte, come risposta possono ricorrere anche ad elementi compensanti: non escluse, appunto, le droghe.

    La Transcultura anche sessuale è viaggio verso il personale principio? È ritorno verso il personale principio? È rivendicazione di sé? È rivoluzione contro le convenzioni?

    In attesa ci si dica come sinora non è bastato (se fosse bastato non vi sarebbero dolori e, dunque, neanche sessualità diversa nel senso di anomala) nelle domande che faccio credo vi siano anche le risposte.

    Dal momento che vi è vita, il Principio della vita (Stato originante comunque lo si chiami o se lo si dica naturale o soprannaturale) è attuare vita. Ne consegue che attuare vita è il principio di vita di chi segue quella del Principio della vita.

    Dal momento che il Principio della vita non può essere stato il Male (essendo non vita, il Male, se fosse avrebbe attuato non vita tanto quanto è male) ne consegue che il Principio della vita non può essere che il Bene. Il Bene è la Natura del Vero di ciò che è Giusto alla Cultura della forza della vita: lo Spirito.

    Lo Spirito è sempre stato considerato a parole ma (almeno nella nostra Cultura) mai sufficientemente praticato se non a parole, eppure, nella linea viaria che è la nostra vita, è Capo stazione.

    Lo è, perché è la forza che indica al nostro convoglio (la somma delle informazioni) se nel binario (la Norma) deve arretrate, fermarsi, procedere, o cambiarlo perché di erroneo tratto. Attraverso il dolore, infatti, lo Spirito indica alla forza della Persona che sta sbagliando percorso; attraverso il bene (vero per quanto è giusto) che può procedere nella sua volontà; attraverso le esaltazioni o le depressioni, che deve rivalutare le sue decisioni e/o gli stati della sua forza prima di procedere nella sua volontà; Attraverso la sua pace (cessazione dei dissidi) che, di volta in volta, è giunto alla stazione che corrisponde al viaggio della Persona, cioè, alla sua verità.

    Direi, allora, che se la Persona (necessariamente Transculturale sino a che non ha costituito l’identità di prevalente scelta) segue le indicazioni del suo Capo Stazione, in ogni stato di vita è normale a sé ed al Sociale anche se sessualmente non corrisponde al tipo ed al genere della prevalente Norma che, sinora, il sociale ha adottato per la sua costituzione.

    Tornando al bene, se il Bene è l’Immagine del Principio della vita: essendolo è Norma di principio. Dato il principio, sia a livello di vita personale che sociale se ciò che ci si prefigge è dare bene in ogni aspetto della vita, allora, tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina. Se tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina, allora, non la Personalità sessuale è meta del giudizio, tutt’al più, lo è il suo vivere.

    Ogni adeguamento culturale (normalizzazione) che non tiene conto di ciò che è normale al viaggio della Persona (cioè, alla sua personale esistenza) è deviante e, pertanto, pericoloso arbitrio.

    La normalizzazione  una naturale normalizzazione) dovrebbe essere l’opera di potatura per la quale e con la quale una identità stacca da se stessa ciò che si è seccato dopo aver compiuto la sua funzione, il suo ciclo vitale.

    Succede, invece, che la rinuncia alle proprie particolarità sia degenerata nella culturale pretesa di doverlo fare in modi e tempi quasi mai corrispondenti allo stato personale ma quasi sempre corrispondenti allo stato sociale. I motivi per cui lo stato etico – sociale, pretende l’attuazione della rinuncia di se (anche se prematura) non sono pochi.

    Vi sono motivi riconducibili ai vari poteri del “Principato e della Religione” (Padre Aldo B.) ed altri riconducibili all’odierno sistema economico, nel quale anche la Persona è diventata uno dei tanti prodotti.

    Per quanto la pretesa della normalizzazione al Sociale possa anche essere legittima, certamente non lo è dove procura dolore: male da errore e contrasto di vita con il Principio: il Bene che non può non dare che lo stare bene.

    Certamente vi sono identità che sanno adeguarsi alle pretese sociali perché le sentono anche proprie ma vi sono personalità che: o non hanno lo stesso sentire, o non ne hanno lo stesso stato, o gli stessi tempi.

    Una identità forzosamente inserita o che forzosamente si inserisce in una Norma che se non di fatto almeno in potenza pretende comportamenti di ortodosso rigore quando è ancora alla ricerca di sé, o si adegua più o meno forzosamente (e si ” normalizza ” castrandosi) o non potendo vivere il proprio sé, o si ammala della vita che non gli appartiene o, estraniandosi dal sociale contingente e storico che non l’accetta, si difende normalizzandosi in proprio.

    I Carcerati dalla Norma (i resi malati dall’impossibilità di raggiungere se stessi e/o quelli che si sono normalizzati castrandosi) o gli Evasi (i cosiddetti devianti, sani che siano riusciti ad essere nonostante tutto, o ammalati perché succubi del tutto) non potranno non sentirsi soli. Diversamente, sono unici perché non trovano corrispondenti con i quali completarsi.

    E’ anche vero che li si può dire impropri al Sociale perché diversi, ma è anche vero che possono essere impropri al Sociale perché il Sociale accetta gli unici (i se stessi) solamente quando, o gli sono adatti o vi si adattano.

    Si può essere propri (perché se stessi in quanto unici) e nel contempo corrispondere con il Principato, la Religione ed il vigente Sistema? Se non in toto certamente per parti culturali quanto per stati emozionali.

    Tutto sta a vedere se il Sociale accetta (di fatto oltre che per l’impotenza nell’impedirlo) il concetto di “Transnormalità” derivante dalla Transcultura: lo stato di passaggio fra stati e stati della Norma che sostengo: il Bene.

    La diversità (sia quando è segno della proprietà di sé che quando è la via per giungervi) certamente è uno stato che “spaura” non solo ogni Ordine costituito sulla Persona ma anche la stessa Persona quando teme sia la propria realtà che quella del contesto in cui vive.

    Come, dunque, normalizzare la vita propria e normalizzarsi nella vita sociale senza ferire sé stessi con una precoce rinuncia di sé, o senza ferire il sociale o con la diversità o con la paura del diverso?

    Come non ferire la vita propria quanto la sociale con gli stati suicidari che non possono non sortire dalle sofferenze che derivano da passivi e/o pessimistici confronti fra la Norma detta dall’Io individuale e quella detta dall’Io sociale?

    Come non essere feriti dal sociale e come non ferire il Sociale per reciproca emarginazione?

    Direi, ritrovando i principi del Contratto: Il bene nella Natura (propria ed altra) detto dal vero nella Cultura (propria ed altra) per quanto è giusto allo Spirito della vita (alla forza della propria e della propria con l’altra) che nella pace non può non trovare la verità di sé. Nella pace, non si può non trovare la verità di sé perché, pace, è cessazione dei conflitti e, dunque, silenzio, nel corpo, nella mente e nella vita.

    Mi rendo ben conto che ciò che esprimo in questo scritto non è particolarmente scientifico ma come ho avuto occasione di dire per la chimica la mia ragione è il cuore.

  • Pedagogia dell’Amore e della Comunione

    Sino dal principio della sua esistenza l’individualità è strutturata dalla ricerca del maggior Bene mosso dal desiderio del piacere naturale per il maggior senso del vero culturale che porta al maggior senso del giusto che porta al maggior senso del bene che porta al maggior senso del vero che porta al maggior senso del giusto che porta a

    Vita è stato di infiniti stati. Dove vi è corrispondenza di vita fra stato e stato

    vi è l’amore indicato dalla comunione naturale e/o culturale e/o spirituale. Essendo la massima comunione fra i suoi stati il Principio (l’UNO) è il massimo segno dell’Amore. in amore gli stati trinitariamente fondanti tanto quanto corrispondenti sono tre:

    passione secondo Corpo

    Comunione                                       Spirito

    secondo Mente                                secondo Vita

    In ragione del raggiunto stato della comunione  fra gli stati la vita vive l’Amore che può

    per quanto è

    per quanto sa              per quanto sente

    Nella Pedagogia dell’Amore e della Comunione sono figure l’Immagine del Principio della vita e quella a sua Somiglianza

    Natura

    Cultura                                          Spirito

    Per Natura intendo il corpo della vita comunque formato; per Cultura, il pensiero della vita comunque concepito; per Spirito, la forza della vita comunque agita.

    Se così è in Basso (nella Somiglianza) così non può non essere l’Immagine in Alto. Ne consegue che

    Natura

    Cultura                                Spirito

    sono gli stati di principio in ambo le figure.

    Le corrispondenze fra gli stati sono relazioni di trinitario_ unitaria interdipendenza fra gli stati. Sono le Vie che permettono la Comunione che permette l’Amore. Comunione è l’unitaria corrispondenza fra i trinitari stati di

    Natura

    Cultura                                       Spirito

    personali, sociali e, per elevazione culturale, spirituali.

    In ragione dello stato della Comunione fra stati, quindi, si può affermare che uno stato che corrisponde ad un altro è uno stato che ama l’altro secondo la misura della raggiunta Comunione.

    Indicando ciò che deve essere posto in Comunione per poter essere Amore questa visione della vita ausilia la conformazione dell’essere e la conferma dell’esistere.

    Poiché vita è corrispondenza di stati ed il Principio il massimo stato della comunione che li permette ne consegue che il Principio è il massimo stato dell’Amore per il massimo stato della Comunione fra i suoi stati.

    Non vi sarebbe Amore detto dalla Comunione fra l’Immagine della vita e la vita a sua Somiglianza (come fra Somiglianza e Somiglianza) se non vi fosse (naturale, culturale e spirituale) un intrinseco patto fra vita e vita quando non fra la vita particolare e la vita universale.

    La comunione fra gli stati è lo stato della vita che permette l’Alleanza fra vita e vita come l’Alleanza fra vita e Vita.

    Non può non esservi Alleanza fra la Natura del Principio

    la sua Cultura              e il suo Spirito

    e la nostra Natura

    la nostra Cultura < e > il nostro Spirito

    essendo la Comunione fra gli stati della vita l’inscindibile legame che in ragione dello stato della Comunione rende prossimi o non prossimi ai principi del Principio.

    Dove non vi è prossimità fra stati, vi è errore, dissidio e dolore tanto quanto vi è separazione fra stati. Senza alleanza fra vita e vita (o elevando il pensiero fra vita e Vita) non vi sarebbe cellula a sé prossima, né vita ad altri e/o altro prossima.

    Ognuno partecipa all’alleanza fra vita e vita (o elevando i concetti fra vita e Vita)

    per quello che secondo Natura è

    per quello che secondo Cultura sa e per quello che secondo Spirito sente.

    Per tale partecipazione, ognuno da, in quello che è, quello che può. Non può diversamente, se non esaltandosi e/o deprimendosi

    ed in ciò ferire la sua

    Natura

    falsare la sua Cultura * alterare il suo Spirito

    .

  • Dalla lettera a Paola R.

    Vita è stato di infiniti stati.

    Si origina dallo stato della corrispondenza fra tutti ed in tutti i suoi stati: al principio

    Natura

    Cultura                                                    Spirito

    Poiché la Natura sente quello che la Cultura sa

    la Natura è via della vita della Cultura

    Poiché la Cultura sa ciò che la Natura sente, la Cultura è via della vita della Natura.

    Perché Forza della Natura che corrisponde alla Potenza della sua Cultura lo Spirito è via della vita.

    Coscienza ne deriva che tu sei quello che sei secondo la tua Natura e che tu sei quello che sai secondo la tua Cultura. 

    In quello che sei e per quello che sai, quindi, tu sei la vita che senti secondo la forza del tuo Spirito: vitalità nella tua Natura e vita nella tua Cultura.

    Nella vita (stato di infiniti stati dello spirito che si origina dalla relazione fra Natura e Cultura) la corrispondenza fra gli stati è via della destinazione di sé verso altro sé. Ciò che la motiva è la Simpatia.

    Vi é simpatia verso una Natura e/o la Natura;

    verso una Cultura e/o la Cultura;

    verso una vita e/o verso la Vita.

    La Simpatia è moto della forza della vitalità naturale e della vita culturale. Il principio della vita del suo spirito è nello stato che l’ha originata.

    Nella simpatia si desidera ciò che l’altro è;

    ciò che l’altro sa                      ciò che vivifica

    la forza della vita: lo Spirito.

    Lo stato della Simpatia fra simili stati attua il desiderio di Comunione fra stati. Lo stato del desiderio corrisponde allo stato della Forza naturale  (la vitalità) e della Potenza culturale (la conoscenza) del desiderante.

    Dove la corrispondenza di stati fra chi desidera e chi è il desiderato è prevalente, vi è prevalente corrispondenza di vita. E’ corrispondenza fra vitalità, invece, dove la Simpatia non attua il vitale desiderio di Alleanza.

    Indicati dalla simpatia, verifica della corrispondenza

    naturale

    culturale              e               spirituale

    della destinazione dei moti di un IO verso l’altro. Nella relazione di corrispondenza fra gli stati, reciproca accoglienza della vita corrispondente per Simpatia.

    La simpatia ha tre stati di percezione: nel primo stato la si sa perché la si sente ma non si sa perché la si sente. Il primo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Cultura della Natura: corpo della vita comunque effigiata.

    Quando la Natura degli stati corrispondenti sentono ciò che sanno e la loro Cultura sa ciò che sentono la Simpatia è propria dello Spirito: forza naturale e potenza culturale della vita e terzo stato di conoscenza da Simpatia.

    La Simpatia è proprio ed altro desiderio di vita. Serve a veicolare gli stati della personalità individuale, sociale e spirituale verso sentimenti affini.

    Nella vitalità che motiva è la via che sostiene la corrispondenza degli stati naturali, culturali, e spirituali del Sé con altro da sé.

    La corrispondenza fra gli stati é la via dell’Alleanza fra gli stati.

    La meta di prevalenza della destinazione degli infiniti moti di vita cui si corrisponde per affinità da Simpatia segna di sé il

    personale

    sociale                    e                spirituale

    destino.

  • Come evadere dal vago – Lettera ad un IO confuso

    a PAOLA R.

    Ero al bar  de “La vaca de to sia” (ci lavoravo come lavapiatti) quando Paola mi disse di sentirsi con_fusa. Paola non lo sapeva ma in quel momento della mia vivenza ero con_fuso nondimeno di lei. Guaio è che non pensandolo ho sempre creduto di star aiutando la vita sua! Mi ci sono voluti più di trentanni per capire che con questo universale letterone stavo, invece, aiutando la vita mia; che potesse diventare un aiuto anche per altra vita non stava ancora fra i miei pensieri.

    Cara Paola: non posso non cominciare dal principio; e dal principio noi siamo

    NATURA

    CULTURA                        SPIRITO

    La Natura è il luogo del bene. La Cultura è il luogo della verità. Lo Spirito è il luogo del giusto che corrisponde dalla Natura nel bene per la Cultura nel vero.

    Giustizia è assenza di ogni dissidio. L’assenza di ogni dissidio è pace. In una Natura in pace vi è giustizia. La giustizia data dalla pace perché è cessato ogni dissidio non può non essere il luogo della verità dell’Io. Della Verità del Dio é il luogo della speranza. Sia nella Natura della vita della propria Cultura, che fra la propria ed altra, quando non vi è dissidio fra il bene della Natura ed il vero della Cultura perché vi è pace nello Spirito, la vita, non può non essere che nella verità di ciò che è giusto.

    Poiché pace è tacitazione di ogni dissidio e alla tacitazione di ogni dissidio segue il silenzio, nel silenzio della pace dato dalla verità che ha tacitato i dissidi, vi è il principio della ricerca dell’origine di ogni verità. Nessuno sa cosa è bene dato il vero che è nel giusto, ma, ciò che non lo sa la Cultura lo sente la Natura. Nella vita della Cultura della Natura, (il Corpo), che non corrisponde al bene per ciò che è giusto dato il vero, lo Spirito è depresso. Nella vita della Natura della Cultura, (la Mente), che non corrisponde al vero per ciò che è bene dato il giusto, lo spirito è eccitato. Poiché ciò che è depresso o eccitato non è in pace, ne consegue, che lo stato di pace in una Natura è ciò che afferma il bene di ciò che è nel giusto perché alla sua Cultura, vero.

    Le emozioni sono informazioni che lo Spirito da alla vita.

    Tanto più una Natura sente quelle informazioni e tanto più la sua Cultura le sa. Tanto più una Cultura le sa e tanto più la sua Natura le sente. Tanto più una individualità le sente perché le sa, (come tanto più le sa perché le sente), e tanto più le vive. Per sentire, sapere e, dunque, vivere secondo le emozioni date dalla forza del proprio Spirito, ciò che è della Cultura non può non essere della Natura come ciò che è della Natura non può non essere della Cultura. Secondo la forza del proprio Spirito chi non sente ciò che la sua Cultura sa, o non sa ciò che la sua Natura sente, cioè, non corrisponde a se stesso, non è la vita di sé tanto quanto non sa ciò che sente o non sente ciò che sa. Tanto più una Natura personale, sociale e spirituale, sente ciò che la sua Cultura sa, e sa ciò che la sua Natura sente e tanto più è vita.

    Nella corrispondenza con altre individualità, in ragione di quello che si è, per quello che si saprà dato quello che si sentirà, esprimendo la forza della vita data dalla propria realizzazione, si attuerà la Natura della Cultura della vita propria ed altra perché con l’altra. Tanto più una vita corrisponde a sé e con il sociale e spirituale che gli è proprio e tanto più la forza di quella identità è personale, sociale e spirituale.

    Una individualità che sente ciò che non sa conosce a metà. Una individualità che sa ciò che non sente conosce a metà. Una individualità che conosce a metà, vive a metà. Una individualità che vive a metà, (cioè, che non sa ciò che sente o non sente ciò che sa), è separata da se stessa, o per quanto non sa, o per quanto non sente, o per quanto non vive ciò che sa per quello che sente. L’individualità che non vive secondo la Natura della sua Cultura manca di una parte di sé. Ciò che gli manca può essere la vita nella sua Natura o quella nella sua Cultura. Secondo lo stato della mancanza negli stati di Natura e Cultura, l’individualità che manca di una parte di se, manca nella forza della vita: lo Spirito.

    La Natura che non sente la sua emozione, compensa la sua forza, (il suo spirito), con quello che la sua Cultura sa. La Cultura che non sa la sua emozione, compensa la sua forza con quello che la sua Natura sente. La vita che non vive la sua emozione secondo la Natura della Cultura del suo Spirito, compensa la carenza della sua forza gratificandola per mezzo della Natura o per mezzo della Cultura. L’individualità è spiritualmente attrice quando supplisce la parte che gli manca, (o quella naturale, o quella culturale, o quella spirituale), con ciò che non è della Natura della Cultura della sua vita.

    L’individualità spiritualmente attrice, è quella che recita la vita della parte che non sa o non sente o non vive per ciò che sa e sente. E’ autrice, l’individualità spirituale che vive ciò che è per quanto sa per quello che sente. La Persona è portatrice di valori spirituali propri, del sociale e dello spirituale cui corrisponde, tanto quanto, (in ragione di ciò che è per quanto sente di ciò che sa), è in comunione sia con il sé personale e con il sociale che gli è proprio, quanto con la vita: volontà del nostro spirito, se, e tanto quanto, in comunione con quella del Principio: lo Spirito. La comunione di sé permette l’amore di sé. La comunione fra il proprio sé, quello sociale e lo spirituale, permette l’amore per la vita.

    Se vi è, (o non vi è), corrispondenza di spirito fra gli stati di Natura e Cultura propri, e fra i propri e quelli sociali e spirituali, vi è o non vi è vita tanto quanto vi è, (o non vi è), comunione di vita. Dove non vi è comunione di vita, vi è separazione di vita. Secondo lo stato della separazione, ogni separazione è divisione dal bene: vero per quanto è giusto allo Spirito proprio quanto del Principio della vita: la vita. Secondo il proprio stato, (ciò che si è), e dato ad ognuno il proprio stato, (ciò che si sa in ciò che si è per ciò che si sente), allo Spirito il bene è giusto quando fra Natura e Cultura vi è comunione di verità.

    Dove la separazione dal bene, lede la comunione di verità, vi è dolore tanto quanto vi è separazione. Poiché, il bene, è il vero da ciò che è giusto, lo stato che è separato dal Bene (o nella sua Natura, o nella sua Cultura, o nella sua vita), non è nel giusto dello Spirito proprio e della Vita tanto quanto non è nel vero. Lo stato della vita che è separato dal bene, (e dunque nel dolore dato da ciò che non è giusto perché non è vero), brama il ritorno allo stato nel quale non vi è alcun male. Lo stato nel quale non vi è alcun male è il Bene: in ogni stato di vita, principio del bene naturale, del culturale e dello spirituale.

    In ragione della condizione dello stato della mancata comunione di una Natura, o di una Cultura, o di una vita con il Principio del Bene, non vi è comunione col Bene, tanto quanto vi è insoddisfatto desiderio di unione con l’Origine. Qualsiasi desiderio di bene che non corrisponde al vero, è arbitrio su di sé o su altro sé perché non è corrispondente vita: forza di ciò che allo Spirito è giusto. L’arbitrario desiderio di una Natura che non corrisponde secondo quanto è bene per ciò che è vero di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Natura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una Cultura che non corrisponde secondo quanto è vero per ciò che è bene di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Cultura propria che altra.

    L’arbitrario desiderio di una vita, che dato il bene che è nel vero non corrisponde secondo quanto è giusto sia alla vita propria che ad altra, si pone contro sia la vita propria che altra. Ogni arbitrio è una violenza: sia sugli stati propri che sugli stati altri. Violenza, (contro sé e/o contro altro da sé), è la forza della vita che non vuole sentire e, dunque sapere, la ragione del suo Spirito. La forza della violenza da arbitrio contro se e/o altro da se è corrispondente alla forza dello stato di ciò che non si vuole sentire, sapere e, dunque, capire. Una individualità non vive la sua vita con giusto Spirito, (cioè, con la giusta forza), tanto quanto il sapere dato dalla sua Cultura non corrisponde al sentire dato dalla sua Natura, come di converso, tanto quanto il sentire dato dalla sua Natura non corrisponde al sapere dato dalla sua Cultura.

    Una individualità che non corrisponde a sé stessa, cioè, con gli stati di Natura, Cultura e Spirito propri, necessariamente, è separata da sé stessa tanto quanto non si corrisponde. Una individualità che non è in comunione con sé stessa perché in vario grado separata, è, perché esiste, ma, non vive tanto quanto non attua, (o vive tanto quanto attua), in primo ciò che lo accomuna a sé e, corrispondendo, ciò che lo accomuna ad altro da se. La vitalità è la forza di spirito della Natura. La vita è la forza dello Spirito della Cultura. Lo Spirito è il Principio della forza della Natura della Cultura della vita. La vitalità dello Spirito delle individualità che corrispondono al se proprio, al sociale e allo spirituale comprende la vita e ne è compresa.

    La vitalità dello Spirito delle individualità che, pur corrispondendo con il sociale non corrispondono a se, comprendono la vita sociale e ne sono comprese ma non comprendono la propria, che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono a se ma non con il sociale, comprendono la propria vita ( che le comprende ) ma non comprendono quella sociale che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che non corrispondono a se, ne al sociale e ne allo spirituale, non comprende la vita propria, sociale e spirituale, che non la comprende tanto quanto non si corrispondono.

    La relazione di corrispondenza fra gli stati naturali, culturali e spirituali propri costituisce la personale identità. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura della Cultura della vita sociale costituisce l’identità personale – sociale. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura personale e sociale della Cultura della vita secondo lo Spirito, costituisce l’identità personale – sociale – spirituale. Nella vita, (stato di infiniti stati dello Spirito che si origina dalla relazione fra Natura e Cultura), la corrispondenza fra gli stati è via della destinazione di sé. Ciò che la motiva è la simpatia.

    Vi è simpatia verso una Natura e/o la Natura; vi è simpatia verso una Cultura e/o la Cultura; vi è simpatia verso una vita e/o la Vita. Nella simpatia, la Natura desidera ciò che l’altro è; la Cultura desidera ciò che l’altro sa; la vita desidera ciò che vivifica il suo Spirito. La simpatia ha tre stati di percezione: nel primo stato, la si sa perché la si sente ma non si sa perché la si sente. Il primo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Cultura della Natura: il Corpo. Di una simpatia, in quanto se ne conoscono i motivi culturali nei naturali, nel secondo stato di percezione si sa perché la si sente. Il secondo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Natura della Cultura.

    Quando la Natura degli stati corrispondenti sentono ciò che sanno e la loro Cultura sa ciò che sentono, la simpatia è propria dello Spirito: forza della vita e terzo stato di conoscenza da simpatia. La simpatia è proprio ed altro desiderio di vita: essa, nella vitalità che motiva, è la via che sostiene la corrispondenza degli stati in moto di destinazione verso la meta naturale, culturale e spirituale propria ed altra. La simpatia veicola gli stati della personalità individuale, sociale e spirituale verso sentimenti affini. La meta di prevalenza della destinazione degli infiniti moti di vita cui si corrisponde per simpatia segna di sé il personale destino.

    Una individualità non vive, (culturalmente, spiritualmente), la vita di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, tanto quanto non corrisponde con lo stato culturale e spirituale identificante. Quando una individualità in identificazione (moto della ricerca di se) non corrisponde con lo stato culturale e spirituale referente di identificazione vi è separazione fra il soggetto identificante e quello in identificazione tanto quanto fra i due stati non vi è corrispondenza. Quando fra lo stato identificante e quello in identificazione non vi è corrispondenza di stati l’individualità in identificazione è confusa tanto quanto la corrispondenza è mancante.

    Di converso: quando fra lo stato identificante e quello in identificazione vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione è certa di sé tanto quanto, è, lo stato di vita dato dalla comparazione fra il sé proprio e quello identificante. La personalità divisa da se stessa perché non sente quanto sa o non sa quanto sente (e, dunque non vive ciò che sente per quanto sa), subisce e/e provoca i danni originati dalla separazione, tanto quanto è separata da se stessa. L’io che si conosce è come una casa, (Natura), che poggia su un terreno, (Cultura), idoneo a reggerne la costituzione, (la vita), in tutte le sue parti.

    L’io che non si conosce, è come una casa, (Natura), che non sa qual’è la parte, (Cultura), più idonea a reggere la vita della sua costituzione. L’Io, che non costituisce la sua vita secondo il proprio se ma secondo altro da sé, è come una casa, (Natura) abitata da un inquilino, (Cultura), alieno al suo Spirito. Una individualità che si costituisce incosciente della parte di sé, (la naturale, o la culturale, o la spirituale), più idonea a reggere il peso dell’edificio, (la sua vita), è soggetta a crepe: le crisi di identità. La crisi di identità, o denuncia che un io si è estraniato da una parte naturale, culturale o spirituale di sé, o che è stato espropriato di una parte naturale, culturale, o spirituale di sé, o che si è estraniato da se perché espropriato di se e/o invaso di altro da se.

    Una identità è in crisi quando non è ultimata dai suoi principi. Ad una identità non ultimata dai suoi principi necessitano continui sostegni. Sostiene la personalità in crisi di sé, ciò che di naturale, culturale, o spirituale, di volta in volta occorre allo stato naturale, culturale, e spirituale. Ogni separazione di una parte di sé è una ferita: come tale è un male. Poiché, per essere vita, ciò che è della Natura non può non essere della Cultura, allora, il male naturale è anche male culturale. Un male nella Natura che diventa male anche della sua Cultura è male anche nello Spirito, cioè, nella forza della vita.

    Il male, (naturale tanto quanto culturale e spirituale), deforma la vitalità e, conseguentemente, deforma la vita. Ogni male richiama la corrispondente cura: naturale se ad esserne colpita è la Natura; culturale se ad esserne colpita è la Cultura, spirituale se ad esserne colpita è la forza della Natura della Cultura della vita. Una individualità diretta verso la Vita cura il suo male con atti di vita sia verso sé che verso altro da sé. Tanto quanto non è diretta verso la Vita, una individualità si cura con atti di non vita, o contro sé o contro altro da sé. Il discernimento è il più corrispondente strumento di cura: esso è il mezzo che pone nella giusta corrispondenza ciò che è sano con ciò che è da sanare.

    Il discernimento su sé o su altro da sé, è attiva transazione culturale ogni qualvolta permette il proseguo della vita propria, sociale e spirituale. E’ passiva transazione di vita, il discernimento che principalmente attua la mera esistenza. Il discernimento è il medico che cura se stesso. Le individualità separate da sé stesse soffrono della mancanza di vita nella parte che il loro sé non vive. Gli elementi di compensazione cui ricorre una individualità sofferente per carenza di Spirito, possono anche diventare particolarmente complessi, quando: è inappagata da se stessa e dal sociale; inappagata di sé per quanto variamente appagata nel sociale inappagata nel sociale per quanto variamente appagata di sé.

    Per giungere al proprio completamento attraverso l’appagamento, le individualità totalmente o parzialmente inappagate perché personalmente, socialmente e spiritualmente non comprese dallo stato proprio e/o sociale e/o spirituale, possono anche diventare dipendenti, (quanto tossicodipendenti), di elementi compensativi, (“leggeri ” e/o ” pesanti “), sia naturali che ideologici e/o chimici. Tanto più la forza della vita, (lo Spirito), è depressa per la mancanza di risposte alla domanda di equilibrio posta dalla vitalità in sofferenza, (o esaltata per eccesso di risposte e/o una loro erronea interpretazione), e tanto più complessi sono gli elementi di compensazione cui ricorre la data individualità.

    La parte dell’individualità depressa o eccitata perché non vive ciò che sa per quello che è, può principalmente essere quella naturale, (la vitalità), o quella culturale, (la conoscenza), o quella spirituale: elevazione verso il Principio dei significati esistenziali. Se ciò che principalmente manca riguarda la vita naturale o culturale, una individualità si compensa, (semplicemente o complessivamente), o con della vita naturale o con della vita culturale. Se ciò che principalmente manca riguarda la Natura della Cultura della Vita, (ricerca delle origini e degli scopi di vita), una individualità si compensa, (semplicemente o complessivamente), elevando i principi della propria.

    Se ciò che manca è rilevante al punto che ne ciò che è, (Natura), e ne ciò che sa, (Cultura), e ne la forza, (lo Spirito), data da ciò che è di quanto sa di ciò che sente sono l’un l’altro sufficientemente compensativi, allora, una data individualità, la dove non sa o non può rivedere il suo vissuto, può avvertire la necessità di compensarsi più fondamentalmente. Nei casi di più fondamentale compensazione, se una individualità giunge sino a compensare la totalità dell’essere certamente non si può dire che è ciò che sa per quello che sente, ma, che è ciò che sa per quello che gli fa sentire la totale compensazione adottata. Tanto più quella individualità è ciò che sa per quello che la più fondamentale compensazione adottata gli fa sentire, e tanto più assume la personale identità data dalla compensazione complessivamente adottata a sua integrazione.

    Se la compensazione adottata è alcolica, tanto più una individualità sofferente compenserà la sua Natura con quell’elemento e, tanto più la sua Cultura sarà la vita di quello che è per ciò che saprà di ciò che l’alcool gli farà sentire. Nel caso in esempio, l’identità conseguente sarà quella dell’alcolista. Nel massimo processo di identificazione dato dall’essere l’identità della sostanza naturale, chimica, quanto ideologica, che si raggiunge quando una vita ” si fa ” con la vitalità che genera una sostanza totalizzante, quello che vale per le droghe che diventano la forza della Natura della Cultura nella droga, vale anche per le ideologie e/o gli edonismi se diventano droghe, (fissatrici d’arbitrio), per la Cultura della Natura della vita che necessita di forza.

    Se nel caso dell’over compensazione da alcool, l’identità globale che ne consegue sarà quella dell’alcolista, nell’over compensazione culturale e/o spirituale, (o in altri casi con cui si compensi la Cultura della Natura), la personalità risultante rischia di essere naturalmente o culturalmente, o spiritualmente fanatica. E’ fanatica, l’individualità che ha delegato la totalità del proprio arbitrio alla realtà che ha invaso di se, o la forza della sua Natura, o di quella della sua Cultura o la forza della sua vita. Tanto più il fanatico è forte d’altro, e tanto più è debole di sé. Quando una identità assume quella dei totalizzanti artifici che usa per essere, non è mai ciò che è per quello che vive per quanto sa di ciò che sente, cioè, sé stessa.

    Non è mai sé stessa, perché, quando è totalmente compensata, è sua identità la totale compensazione, e, non è mai se stessa quando non è compensata, perché la sua identità, in assenza di compensazione, è vita che non si sente perché non si sa, (se il suo principio di vita è la vita della sua Cultura), o non si sa perché non si sente, se il suo principio di vita è la vita della sua Natura. Una individualità asservita ad un artificio perché carente nella forza della propria vita in quanto la sua Natura non vive ciò che sa la sua Cultura, (o la sua Cultura non vive ciò che sente la sua Natura), è fuori di sé già prima che compensi quel fuori con altri buttafuori. Una individualità che vive quello che è per quello che sa in ciò che sente, non necessita di artifici, perché, tanto quanto è indipendente, è sovrana.

    Vi è potere della Natura sulla Cultura quando una Natura ama ciò che sente più di ciò che sa. Vi è potere della Cultura sulla Natura, quando una Cultura ama ciò che sa più di ciò che sente. Sulla Natura di una Cultura vi è il potere della forza quando ama la sua emozione, (il suo Spirito), più di quanto sa per ciò che sente. Poiché, il potere, per sua Natura non può ammettere la mediazione, non l’amore (che essendo comunione per sua Natura l’ammette ) è fonte di potere, ma, solamente il desiderio dato dal piacere. Il desiderio dato dal piacere (ambedue gli stati non ammettono che se stessi), è una volontà di potere e, una volontà di potere che non ammette che se stessa, è sempre un sopruso: verso se stessi non meno che verso altri.

    Quando, a causa di norme estranee allo spirito dell’amore, (ciò che permette la comunione sia in se che con altro/i da sé), la volontà data dal desiderio di un piacere diventa il prevaricante potere naturale, e/o culturale e/o spirituale di uno stato, (anche se amoroso), su un altro, nell’anima sottomessa alla volontà del desiderio, (come imposto ad altro anche imposto al proprio sé), si generano delle ” tossine ” naturali, culturali e spirituali, che ammalano ora di depressione e/o ora di esaltazione sia la vita che pratica la volontà del potere che la vita che lo subisce: la ammalano, tanto da mandarla anche oltre arbitrio. Dove non vi è comunione di vita nella persona o fra persone, (e/o una corrispondenza da compassione per il reciproco spirito), non vi è amore sia nella persona che fra persone tanto quanto la nostra vita è inadempiente verso il suo principio: la Vita.

    La dove verso la vita, (nostra, altra e del Principio), non vi è amore, o vi è indifferenza da mancata condivisione di Spirito, vi è inimicizia tanto quanto non vi è amore e/o non vi è compassione da condivisione verso la nostra ed altra vita. La dove vi è inimicizia, tanto quanto non vi è amore e/o compassione, vi è ignoranza, (sia contro sé che contro altro da se), verso tutto ciò che non si ama perché non lo si conosce a causa della mancata comunione sia di se con se, come di se con altro da se. L’ignoranza, quando è rifiuto di confronto, o è Natura della paura, o è Cultura dell’arroganza: overdose di difesa da paura, o piacere del sopruso.

    Ogni volta si impedisce la vita data dalle corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito, (impedire la corrispondenza è separare la vita sia in se che la propria da altri), si pone inimicizia sia fra gli stati propri che, indipendentemente dagli stati, fra altri stati. Poiché l’inimicizia non permette la conoscenza, e poiché l’ignoranza non permette la comunione, e la mancata comunione non permette l’amore, ecco che non potendo conoscere, (o per Natura, o per Cultura, o per lo Spirito), non si può amare ciò che ci è stato diviso, tanto quanto siamo separati da ciò che ci è stato diviso.

    Negli intenti l’ho scritta come lettera ma più che così la direi un letterone da perdersi dentro; ed infatti, anche dopo decine di anni non riesco ad entrarci. Forse non tanto per i concetti ma per averli scritti in momenti particolarmente burrascosi. Rientrarci, quindi, è ricavalcare le onde della burrasca ma senza il fiato di allora: lascio tutto come sta.

  • Per quanto premesso

    Questo pensiero intende ausiliare la formazione dell’essere e la conferma dell’esistere secondo il personale spirito.

    La Cultura “per Damasco” non illumina misteriosi come e sfuggenti perché. Anche se è una Pedagogia che non ignora l’Oltre, infatti, non per questo è una Teologia.

    Al proposito e detto fra di noi sono giunto a questa conclusione: i teologi conoscono Dio per quanto si dicono quando non c’é.

    Alcune immagini ho dovuto farmele. Devo ammettere che sono più capace a rovinarle che a farle. Questo vale anche per le fotografie.

    Per non parlare, poi, della strutturazione del sito: non vado oltre il sei politico. Scarsa tima? In molti casi posso essere interpretato anche così, ma in genere sembra così perché mi piace stare fra gli ultimi. Non fra i primi perché non possono far altro che stare o scendere, mentre gli ultimi da come stanno non possono far altro che salire: ad ognuno le sue scelte.